lunedì 22 dicembre 2014

Adem Ljajic, il diamante serbo

L'Est europeo è una zona franca, grigia, vittima di pregiudizi comuni che si concentrano tra le parole annebbiate di chi l'Est europeo non l'ha mai realmente visitato. Pochi passi, e t'accorgi che è una terra estremamente discussa, controversa, che ancora fatica a sotterrare le armi. Il Passato qui è inciso a pelle sulle braccia di ogni abitante, e non si può cancellare ciò. Ciò che invece rimane nascosto è il suo carattere cosmopolita, perché se ogni cosa può essere ridotta ad una sola parola, questa racchiude pietra e figura di Novi Pazar, sconosciuta cittadina della Serbia, ma che incarna pienamente il trascorso complicato di queste lande abbandonate al proprio destino.
Qui, come in tutta la nazione slava, respiri quel profumo demodé della Storia, con tutto ciò che essa ne comporta. Guerra e Pace, perché senza una guerra una pace non può sopravvivere. E accade allora che a scolorare le navate della Chiesa Ortodossa di San Pietro, c'è l'Hammam e la Moschea Altun Alem. E' l'islamismo che si confonde con il cristianesimo più radicale in un conflitto che è solamente umano, ideologico e che le pietre mai possono cercare, immobili nella loro fotografia istantanea. E nel mezzo, in una calma solo apparente, c'è il Monastero di Sopocani, dedicato alla Santissima Trinità Cattolica. Questa è Novi Pazar. Questa è la patria cosmopolita di Adem Ljajic.

E' una città dove inevitabilmente si mescolano culture, costumi, folclori diversi, che danno risalto all'immaginazione straniera e all'orgoglio autoctono. Tutto questo, però, rischia di implodere in migliaia di schegge. Inevitabile, è la guerra fanatica delle Religioni – non della cultura. Quando Adem non canta l'inno serbo, è perché la religione fa da muro. Sono battaglie su battaglie. Ed è quello che è successo poi con le Guerre Jugoslave dei primi anni Novanta di un secolo martoriato dagli scontri bellici. Maschere che si mettono e maschere che cadono, qual è stato il vero scopo della guerra. Eppure l'eredità lasciata da Tito nel 1980 fiorisce in una rigogliosa serenità nei primi sei anni. Poi però si innesca una veloce destabilizzazione del Paese che porta ad una precoce dissoluzione della Nazione.
Caos.
Armi in mano e formazioni a testuggine. Fischi assordanti. Bombe. Viste annebbiate. La guerra è civile, che è ancora più cruenta, fratricida. Uomini che parlano la medesima lingua, si ammazzano. E raramente vengono salvate donne e bambini dalla furia cieca. Per anni quella parte di mondo ha chiuso gli occhi e ha sparato. Ancora.
E ancora.
Ma la famiglia Ljajic non scappa, anche perché nel 1991 Novi Pazar rimase fuori dall'epicentro del conflitto, non come Zvornik, la patria di Miralem Pjanic, demolita prima dalle mitragliette serbe, e poi dai carri armati americani parcheggiati ai lati delle strade. E' paradossale pensare alla patria riconquistata, ma fondamentalmente persa.

Ljajic intanto cresce nel silenzio della paura. Soffre. Trema. Si, perché basta una scintilla per scatenare una rivolta anche qui, a Novi Pazar, in un paese sostanzialmente neutrale. Una scintilla che rischia di accendersi nel 1998, quando gli americani sorvolano i cieli di Novi Pazar, scagliando granate sui fragili tetti della città. A terra, tutto espolode. Il Paese che cade in ginocchio. E i frastuoni dell'angoscia che non cessano. E tutti rintanati in casa, sotto le finestre per evitare i proiettili.
L'angoscia di vivere, la paura di morire. L'adulto, che non comprende ciò che la fuori accade, come può trovare le parole per spiegare ad un bimbo, i cadaveri a terra dei suoi amichetti dell'asilo. E' folle crescere con la morte che scorre nelle vene, perché così è. Proprio come a Zvornik, proprio come se i destini di Pjanic e di Ljajic si fossero intrecciati già nei loro primi mesi di vita. Sono un po’ nervoso, non emozionato. Le bombe americane che mi sono cadute in testa in Serbia quando avevo sette anni, mi rendono freddo e impermeabile verso tutto. Non ho paura di nulla, adesso – così disse Adem in un'intervista rilasciata prima di Fiorentina – Roma. Già, la freddezza e l'impermeabilità che lo hanno cresciuto e formato come uomo, prima ancora che come calciatore. Poche parole, poche gioie, molta maturità. Se penso a Ljajic, penso alla vita metaforicamente ridotta ad un calcio al pallone, che in un pallone però trova la forza di sorridere alle mitragliette.
IL PARTIZAN DI BELGRADO. A 14 anni Ljajic lascia quella Novi Pazar che tanto lo ha formato e costruito caratterialmente, per accasarsi a Belgrado. Il Partizan è rimasto infatuato dal suo talento con la palla fra i piedi. Tecnica e dribbling, svolazza tra i difensori come fosse la cosa più semplice al mondo. E cresce nel mito di Kakà, assumendo sempre più le sembianze di un trequartista atipico con l'inclinazione al gol.
Belgrado, si sa, non è una città calma e pacata. Qui c'è il derby dei fuochi – ma quelli veri. Lo stadio incendiato, la bolgia che comprime ed opprime. Soffoca. E Ljajic ne giocherà alcuni. Come possono allora tremare le gambe ad un ragazzo, che ha già vissuto più di molti quarantenni in carriera, di fronte ai fischi di qualche migliaia di tifosi inferociti? Freddo ed impermeabile.
Per quella volta.
Per tutta la vita.
C'è tempo anche per le prime braccia alzate al cielo. Nel Novembre del 2008, infatti Ljajic esulta per la prima volta fra i professionisti. Il primo gol non si scorda mai, dicono. L'OFK Belgrado è la vittima sacrificale dell'iniziazione del talento serbo, che si diverte fra i primi sorrisi velati. Ma l'Europa lo scruta, lo osserva, infine se ne innamora. E Belgrado comincia a stargli stretto. Una nuova tappa, un nuovo trasferimento. Firenze.


LA FIORENTINA. Burrascoso. Conflittuale. Tempestoso. Questo è il rapporto con la Fiorentina. Una prima mezza stagione – da Gennaio a Giugno – passata a studiare il calcio italiano, i suoi movimenti, la sua tattica, e poi una prima parziale consacrazione. Gioca bene, si sacrifica per la squadra, ma sempre con quel viso un po' imbronciato, un po' triste. Testardo e capoccione. Quasi fosse nostalgico, e probabilmente lo è. Crede che la felicità si sia scordato di lui, ma in realtà si è nascosta in qualche cassetto. Solo che lui ancora non lo sa.
Ci sarà spazio in quella stagione per qualche gol, qualche giocata, ma nessuno riesce ad inquadrare bene Ljajic, schizofrenico nella sua genialità, e capita allora che nel terzo campionato disputato a Firenze sprofonda nell'agonia della tribuna.
Caos.
Lo capite? Ritorna il caos, quella battaglia interiore che non si placa, tra il pungo di Delio Rossi e la rissa da strada. Esonerato l'allenatore, fuori rosa lui. E Adem avrà il tempo di segnare una sola rete in campionato, sostanzialmente inutile. A quei tempi, guardavi Ljajic e non potevi non notare come una carriera costellata da lampi di genio, rischiasse di frantumarsi contro un muro – non più religioso, ma solidamente mentale.
Ma cosa pretendi da chi dovrebbe essere ragazzo e invece ragazzo non è, da un uomo che ha finito di maturare sin dal 1991.
La stagione successiva, la Fiorentina si affida a Montella, che stravolge i piani di mercato della società viola. Scocca l'amore. Ljajic segna a raffica, diventa il punto focale della squadra, tutti lo cercano e lui cerca tutti. E Ljajic è felice. Si sente finalmente apprezzato, e probabilmente è la prima volta che uno stadio intero lo inneggia. Non una Domenica, non una partita. Ma per tutta una stagione.
La società non vuole più venderlo, ma un centinaio di chilometri più a Sud, la Roma ha ceduto Erik Lamela per una trentina di milioni. Urge un sostituto. Ljajic arriva a Termini, in treno. E' pronto per il definitivo salto di qualità.
LA ROMA. A Roma entra e segna. Prima partita, primo gol. Garcia lo adora, intende farne il nuovo Hazard. Ma la stagione sarà condita da alti e bassi, da gomitate, pedate e stincate che prende giornata in giornata, e da pochi gol che svaniranno in prestazioni incolori, opache. Malinconicamente tristi, a volte. I gol saranno solamente 6 a fine stagione. La piazza romana pretende di più, è capace di riempire uno stadio solo per te, ma di portarti anche nel limbo dell'Inferno.
Ljajic oggi ha scelto la prima strada, perché qualcosa, dall'Estate del 2014, cambia, forse nella testa del giocatore, che si convince delle proprie potenzialità. Diventa il titolare della squadra. E così si trasforma Ljajic, dal bimbo serbo con la morte che fa da ossigeno nelle vene, in un giocatore imprescindibile. La scorza dura e la faccia imbronciata, che non spariranno mai, ora però mascherano la gioia della sopravvivenza. Dalle bombe. Dalla guerra. Non saranno dei fischi a farlo cadere. Non saranno i morsi sulle caviglie a farlo piangere. Troppa sofferenza nel suo passato, perché Adem ora corre, con il pugno alzato. I compagni lo strattonano. Urlano. Roma svezza il talento cristallino. E Ljajic è in curva. La maglia numero 8 non ha solo segnato. Ha convinto. Ha vinto la sua partita più grande.









martedì 16 dicembre 2014

Il Mondiale del 1954: La Grande Ungheria // PARTE 3

Per la Prima Parte CLICCA QUI. Per la Seconda parte CLICCA QUI

E' il 1950. L'anno del Maracanazo. Il Brasile del mezzo secolo scherza, si diverte, vince, anzi stravince. E il Mondiale si gioca proprio nella terra verdeoro. Ma è un fallimento, completo. Il Maracanà, elegantemente vestito a festa e pronto a celebrare i suoi eroi, perde la voce, che si affievolisce, fino a perdersi fra i muri della vergogna e del disagio. A festeggiare nel silenzio sarà l'Uruguay. Nessun tifoso.

L'OLIMPIADE DEL 1952. Quel Mondiale lo avrebbe potuto vincere l'Ungheria, se solo lo avesse giocato. Qualche giorno prima dell'inizio della competizione internazionale, la Nazionale magiara beffeggia la Polonia con un 5 a 2. E' l'inizio della storia. Si, perché da lì in poi saranno trentadue le partite dell'Ungheria che non conosceranno sconfitta. Tutte guidate da Puskas, il filo trainante della manovra di Sebes. Nel mezzo, c'è l'Olimpiade di Helsinki. Venti gol in appena cinque partite. Solo due subiti. Il trofeo consegnato già all'arrivo in aereoporto. L'Ungheria asfalta ogni record. Kosics vince il titolo marcatori con sei reti segnate. Era chiamato Testina d'oro, per via della sua abilità area. Ed era alto 1,77 cm. Poi c'è Il Colonnello, Puskas, sempre lui, la mezz'ala trasformata in centravanti. L'Europa comincia ad ammirarlo, a sognarlo. Il Real Madrid lo guarda, lo scruta e ci scommette sopra. Cambierà la storia dei blancos, insieme a Di Stefano. L'anno seguente c'è ancora quella Coppa Internazionale sempre vicina, lì ad un passo, ma sempre svanita dalle tenaci mani ungheresi. Questa volta no. Questa volta l'Ungheria trionfa, con dieci gol del Colonnello, sulla Cecoslovacchia e sul nemico pubblico austriaco. Ennesimo trionfo.

3-6, LA STORIA. L'Ungheria è come i tedeschi moderni. Non si ferma. Ha fame. E' assetata di vittorie, di domini. Umilia gli inglesi, i baroni del calcio. Quando Stanley Rous, presidente del calcio inglese e futuro numero uno della FIFA, invita spocchiosamente, e con un po' di superbia, i ragazzi ungarici al teatro dei sogni, Wembley, Sebes accetta non solo la sfida, ma anche il suo linciaggio. E se dovessimo perdere? Faccia bene attenzione! Così apostrofò Matyas Rakosi, segretario generale del partito comunista. Ecco che l'orgoglio nazionalista ungherese si risveglia dal suo torpore, come ai tempi estremisti di Horthy, forse nemmeno così lontani. D'altronde davanti c'è un muro: l'Home Record. L'Inghilterra non hai mai perso in casa contro squadre non britanniche. Non lo farà nemmeno questa volta, per tutti. Ma non per Sebes. Lo studio alla partita è maniacale, morboso. Quasi ossessionato. Sebes viaggia in Inghilterra, odora l'erba bagnata dello stadio, assapora già il trionfo. Ritorna in patria, allarga i campi d'allenamento, chiama almeno tre volte a settimana la sua squadra. 3-6 è storia. 3-6 è il risultato finale della partita. E se l'Inghilterra gioca in casa, è presto detto il vincitore. Ancora l'Ungheria. La superiorità era talmente evidente che l'anno seguente si giocò la rivincita, a Budapest. Ma questa volta Puskas ed Kosics esagerarono. 7-1.


IL MONDIALE DEL 1954. Poi qualcosa nei dentellati ingranaggi ungheresi si rompe. Si spezza come i cocci di uno specchio frantumato insanguinato dalla rabbia di un pugno chiuso. E' il Mondiale Svizzero del 1954. L'Ungheria deve vincere. Ci sarebbe ancora la Polonia sul cammino dell'Aranycsapat, la squadra d'oro, ma si ritira, e l'Ungheria si qualifica direttamente, senza passare per il turno eliminatorio. In realtà, la squadra di Sebes demolisce prima la Corea del Sud con nove reti, poi la Germania dell'Ovest, con un 8-3. Ma è qui che iniziano le difficoltà. Puskas viene travolto da Werner Liebrich, che lo infortuna seriamente. Zoppica Ferenc. Esce, sostituito. Fa fatica a camminare lui, fa fatica a vincere l'Ungheria. Passa alla storia il quarto di finale, contro il Brasile. La Battaglia di Berna. Scontro durissimo, gioco spezzettato di continuo. Botte. Kosics racconta: Puskas farà parte della squadra? Mi creda, è molto difficile per me, da quando lui non gioca. Tutti mi stanno addosso, tutti mi attaccano. Qualsiasi cosa io faccia, non riesco a liberarmi di tutti, potremmo marcare il doppio di reti se ci fosse Ferenc». Ne metterà a referto quattro. Al Brasile, ma anche all'Uruguay in semifinale, altra partita estremamente complicata.
In finale c'è ancora la Germania dell'Ovest. Puskas ritorna, dal primo minuto. Si riaccende la fiamma, la speranza. 6 minuti d'orologio, Ferenc segna. Poco dopo il 2 a 0. L'Ungheria pregusta la coppa. Il popolo sogna. Ma il lancinante dolore accompagna le potenti gambe dell'ungarico, che soffre, che svanisce, evapora. L'Ungheria si chiude dietro, incapace di ripartire. La Germania segna. Segna ancora. E ancora un'altra volta. 3 a 2. La rimonta. Il Miracolo di Berna. C'è un buio alone, però, che copre la finale svizzera. Risvolti mai chiariti. Quasi tutti i giocatori tedeschi si ammalarono poco dopo di epatite, alimentando i sospetti di doping, come se fosse l'unica possibilità di battere l'Aranycsapat. E' la fine di un'era. Il termine di quelle trentadue partite senza sconfitta, mai eguagliate.


LA FINE E LA RIVOLUZIONE. Questa sconfitta non segna solamente la caduta di un mito. L'Ungheria ricade nell'angoscia di un regime totalitario, mascherato comunista. Le pressioni dei vertici dello Stato intimidiscono, umiliano, demoliscono Sebes, dipinto come il traditore della patria. La sua casa verrà svaligiata dal popolo inferocito. Accanito e vendicativo. Aizzato dal Governo. Non a caso Grosics, eletto miglior portiere del Mondiale, racconta: In serata arrivarono le più alte cariche politiche. Rákosi fece un discorso, il secondo posto era un buon risultato, e poi disse: "Nessuno di voi deve preoccuparsi di essere punito per questa partita" . Sapevo che intendeva esattamente l'opposto. Sapevo che qualcosa di brutto sarebbe accaduto. Mi ero scontrato più volte con l'AVH, la polizia di Stato. Sentivo di avere paura. Avevo ragione. Aveva ragione, sì. Grosics verrà arrestato con l'accusa di tradimento e spionaggio.
Da quella partita, l'Ungheria non si riprese mai più. Sebes rimase sulla panchina giusto un paio d'anni, prima che scoppiasse l'ennesima violenta, atroce, cruenta rivoluzione civile, tritata dai carrarmati sovietici. E' il 1956. La fine dell'Aranycspat.







sabato 6 dicembre 2014

Parte 2: Il mito dell'Aranycsapat: la Grande Ungheria

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Denes Ginzery è stato un allenatore tanto sconosciuto, quanto storicamente importante. E' lui, infatti, ad essere nominato nuovo commissario tecnico della nazionale ungherese. E' il 1939. Giusto pochi mesi prima dell'esplosione della furia razziale hitleriana. E l'Ungheria gioca contro la Polonia. Ma è una Polonia ormai inaridita dalla propria debolezza. Politica, soprattutto. La pesante aria di invasione si respira, ormai, da tempo. Eppure vinceranno proprio i biancorossi, 1 a 0. La disfatta di Ginzery. Questa sarà l'ultima partita per lo Stato Cuscinetto fra la Germania Nazista e l'URSS Staliniana. Poi tutto si spegne. E tanti suoni, rimbombi, frastuoni, si sentono. Sono le bombe. E' iniziata la Seconda Guerra Mondiale.
Chiaramente Ginzery non sopravviverà a lungo sulla panchina magiara. Troppo altisonante l'umiliazione di fronte ad una squadra che mai era riuscita a battere i letterati del calcio. Ma d'altronde l'incredibile squadra di Sàrosì si era ormai sciolta. Dissolta. Smaterializzata nel sangue della guerra, che è troppo forte. Horthy perde consensi, uno dopo l'altro. La Germania comincia a soccombere davanti al proprio figlio, il Nazismo. E l'Ungheria diventerà il primo stato invaso dall'URSS. Ma non è la Guerra Mondiale, che è solamente una maschera, dietro la quale si cela una ben più profonda Guerra civile. L'amicizia fratricida. L'ossimoro. Il territorio ungarico verrà così liberato dalle forze sovietiche all'alba di una gelida mattinata di Febbraio, riscaldata solo dal sangue sparso fra i vicoli di Budapest.
C'è una città da ricostruire, ma il campionato riprende ugualmente. Forse solo perché il calcio riesce a far dimenticare tutto. O almeno per 90 minuti. La Nazionale ungherese, allora, riassembla tutti i pezzi del puzzle. Quattro anni per completarlo. Tanti. Ma tutto questo segna la nascita di un mito. L'Aranycsapat.



GUSZTAV SEBES. Quello che ha riassemblato i pezzi del puzzle è Gusztav Sebes, già presidente del Comitato Olimpico. Poco prima, però, in Ungheria era stata proclamata la Repubblica Popolare, che, di fatto, aveva sancito la sua entrata nel blocco filo-sovietico. L'Europa, infatti, dopo la caduta dei gerarchi estremisti, fu divisa con un ideale muro nero fra Ovest ed Est. Fra blocco filo-americano e blocco filo-sovietico. E' la Cortina di Ferro, che separa due mondi politici confliggenti. E poi non è un caso che Sebes amerà definire il proprio credo come calcio socialista, dove non c'è il più forte, il più importante, il più bravo. Tutti eguali. Tutti condividono le medesime responsabilità, in attacco e in difesa. E forse anche per questo l'idea di Sebes non è che un principio del calcio totale dell'Olanda di Cruijff.
Sebes è stato certamente un uomo rivoluzionario, moderno. Maniacale e scrupoloso. Ma guardava sempre al passato, tanto che si era calcisticamente innamorato di Hugo Meisl e del suo Wunderteam – che tanti dispiaceri aveva recato all'Ungheria anni prima – , ma soprattutto di Vittorio Pozzo, che, evidentemente, possiede una certa predilezione per il popolo ungherese. Basta poco per inquadrare il personaggio; L'allenatore può fare un lavoro efficace solo se il giocatore dispone di un 'intelligenza di gioco speciale. La capacità non è tutto e non serve a molto se non si accompagna all'esercizio, all'allenamento, a un corretto modo di comportarsi e di vivere. Un calciatore che non fa vita da sportivo può avere anche un titolo di studio, ma non potrà mai chiamarsi un giocatore intelligente – così disse in una delle sue silenziose interviste. E non è nemmeno un ossimoro, Sebes era così. Algido, ma non freddo.
All'epoca, in Ungheria, dominava una squadra: l'Honved. Talmente superiore a tutti, che per ben sei anni il Campionato cominciò e terminò alla prima giornata. E se poi il fato decide di sfornare e concentrare tutti i migliori talenti in un'unica squadra, questa non può che entrare nel mito. Nell'Olimpo del calcio. Sebes, infatti, costruì la sua Nazionale con calciatori proveniente solo dall'Honved. Più qualche altro giocatore di contorno. Non è più, però, come nel 1924 – quando Horthy impose politicamente le sue scelte – perché questa volta le selezioni le compie un allenatore. Intellettualmente eccelso E sono accettate da tutti. Ma c'è un problema. Ferenc Deak, il più forte centravanti d'area che l'Ungheria abbia mai conosciuto, abbandona la Nazionale. Fugge. Dissidi di politici. Il regime comunista comincia a stare stretto ai liberali cittadini ungheresi. Le prime ribellioni. I primi tumulti. E poi il tutto risfocerà nell'ennesima Guerra Civile, nel 1956.


PALOTAS E HIDEGKUTI. Nell'altra grande squadra del campionato, l'MTK Budapest, giocava Palotas, che fu convocato da Sebes. Non era un fenomeno, ma davanti ai pali raramente sbagliava. Uomo d'area. Piazzato. Forte di testa. Ma la sua vita è sfortunata. Tremendamente. Sebes non lo inquadra e gioca nello scacchiere titolare solo per una carenza di alternative. Ed è in queste situazioni di difficoltà che emerge il genio. Ma anche la creatività. Il bruto allenatore si sbarazza della punta centrale, per far spazio ad un'attaccante, adattato come tale, più di manovra, che di finalizzazione. E' il dualismo fra Palotas ed Hidegkuti, che giocava nell'MTK, ma come ala. In Nazionale c'è posto per un solo. E a cadere dalla torre sarà Palotas. Tra le sperdute memorie di Sebes, si racconta questo: Più volte l'avevo anche provato nella Nazionale, ma senza ottenere i risultati che speravo. Hidegkuti giocava magnificamente nella sua squadra di club come ala destra, era lui che dirigeva il gioco. In Nazionale, invece, ogni sua prestazione era nervosa, imprecisa. Che fosse un grande giocatore non potevo avere dubbi.
Ma, come detto, la vita di Palotas è sfortunata. Da lì, inizia una lenta regressione che lo porta ad abbandonare i campi da calcio a soli 30 anni. Perderà la vita a 37. Il cuore non regge.



IL MODULO A M. Quello che era nelle intenzioni di Gusztav Sebes era un doppio modulo a M. Le due ali che spingono, il centravanti che arretra quasi come un trequartista, e i due intermedi che si inseriscono. Tutto questo è fin troppo avveniristico. Radicale. Inattuabile. Non però se in squadra hai Puskas, Czibor e Kosics. Sono superflui i numeri. La leggenda fa tutto il resto. E lo stesso schema veniva applicato in difesa, con due terzini rocciosi e un libero, e due centrocampisti – uno più metodista, l'altro più dedito all'interdizione. In campo l'Ungheria viaggia splendidamente, inanellando vittorie su vittorie. Nel 1950 ci sono i Mondiali e l'Ungheria si candida fra le favorite. Ma laggiù, fra le lande magiare, il socialismo spezza le speranze di un popolo, ancorato alla vittoria della propria squadra. E' l'orgoglio della Nazione. Ma la povertà dilaga, i mercati popolari si svuotano, le monete d'oro non vengono nemmeno più prodotte. E la Nazionale Ungherese non può iscriversi al Mondiale.






FINE SECONDA PARTE

domenica 30 novembre 2014

Il mito dell'Aranycsapat: la Grande Ungheria


Quando Sarajevo si trasformò nell'arena del delirio umano, la Grande Guerra scoprì Miklos Horthy, che si distinse più volte per aver distrutto il blocco italiano posto sulla città di Fiume, spalleggiando – e non poco – gli austriaci. All'epoca Francesco Giuseppe d'Asburgo lo ricompensò con la promozione ad ammiraglio, celebrandone l'impegno e il valore in battaglia. Ma l'Austria uscì sconfitta dal conflitto e le truppe sovietiche entrarono trionfanti a Budapest. Questo diede la possibilità ad Horhty di entrare nei circoli antidemocratici e conservatori, che si erano sempre più allargati a Vienna e Szeged, ultimo baluardo magiaro. Come tutti i futuri gerarchi, Horthy possedeva un innato carisma, tanto da essere incaricato dalle massime autorità di quei circoli, a riconquistare la città simbolo dell'Ungheria. E ci riuscì. Le forze bolsceviche di Bela Kun furono cacciate. Annientate. Soppresse. Sfruttando l'onda politica, Horthy istituì il Regno d'Ungheria – una dittatura mascherata, con velleità naziste.



L'UNGHERIA DEI PENSATORI. Sotto Horthy, nasce la prima grande Ungheria – più dei filosofi pensatori, che dei calciatori. E', infatti, l'Ungheria di Arpad Weisz e di Bela Guttman, già compagni in Nazionale, ma destinati ad ineguagliabili carriere da allenatori. A questi straordinari uomini dalla mente sopraffina, si aggiungeva un altro ricchissimo talento, Ferenc Hirzer. Attaccante, detto La Gazzella. Il più forte, anche grazie ai 35 gol in 26 presenze con la maglia bianconera della Juventus. Superato solo da un altro Ferenc, quasi fosse un segno del destino. Ma di cognome faceva Puskas, emblema dell'Ungheria degli anni '50 e del Real Madrid.
E' il 1924. Si tengono i giochi olimpici di Parigi, e l'Ungheria ripone grandi speranze nei suoi talenti, comandati ed allenati da Tibor. Fra i borozò ungheresi e le cantine italiane, si discute già di un Uruguay – Ungheria come finale annunciata. Al primo turno l'asse Weisz – Guttman – Hirzer scherza con la Polonia, abbattuta con 5 reti. Poi qualcosa cambia. E' la storia di un dittatore filo-nazista che cerca di rendersi protagonista anche nel mondo del pallone, come se non gli bastasse la scena politica. Megalomane. Horthy, infatti, infiltra fra i dirigenti della nazionale ungarica uomini suoi. E non sono certamente in visita di cortesia. A denti stretti, si racconta anche che Horthy abbia influenzato qualche convocazione. Tutti, dirigenti e giocatori, rigorosamente nazionalisti. Ma la vera squadra – quella delle 3 stelle – non la pensa allo stesso modo. E dopo la Polonia, c'è il modesto Egitto. L'Ungheria non entra in campo. Si trova infatti nella bocca di uno squalo pronto a divorarla. Ed è quello che accadrà. Il gruppo di Bela Guttman perde tre a zero. Volontariamente. E' Il Grande Ammutinamento del 1924. Il popolo non capisce, non si rende conto dell'invivibile situazione nel ritiro della Nazionale, e grida allo scandalo. Horthy cavalca, ancora una volta, il velenoso vortice di pensieri che si era creato attorno alla squadra, impedendo, di fatto, il loro ritorno in patria. Gli eroi ostracizzati. Il favoloso MTK Budapest si scioglie come la neve al sole, e la classe cristallina ungherese si disperde un po' nell'Europa Continentale, un po' in America. Proprio in America, andrà a giocare Guttman, dove completerà la sua formazione culturale, che poi importerà nel Benfica delle Meraviglie.



IL SECONDO GRANDE RIMPIANTO. Nel primo quinquennio della dittatura horthiana, l'Ungheria dei pensatori trova poca concretezza, tanto che gli scarsi risultati ottenuti da Janos Foldessy, neo ct della Nazionale, lo portano alle dimissioni. Lo sostituisce Pataki. Tra il 1927 e il 1930 si tiene la prima Coppa Internazionale, una sorta di competizione fra Nazionali in un girone all'italiana. E proprio l'Ungheria lotterà contro l'Italia di Vittorio Pozzo nella gara decisiva per l'assegnazione del trofeo. E' l'11 Maggio del 1930, Vittorio Pozzo, che qualche mese prima aveva redatto la prefazione del manuale de Il giuoco del calcio dell'altro fenomeno ungherese, ossia Arpad Weisz, porta la squadra a visitare le macerie e le rovine abbandonate dalla Grande Guerra, combattuta dallo stesso Pozzo. Forse nei calciatori azzurri scatta una scintilla che ha un sapore di rivalsa. E infatti finirà 5 a 0 per l'Italia. E' già il secondo grande rimpianto per la storia calcistica ungherese, che non riesce a sfruttare pienamente la sua enorme forza.
Il 1930 non potrà mai essere dimenticato, perché è l'anno in cui si tiene il primo Campionato del Mondo, in Uruguay. E' un torneo che non prevede qualificazioni, ma solo inviti. E l'Ungheria non viene invitata. Nemmeno l'Italia e la Germania. Si racconta che i Paesi dominati dai gerarchi nazionalisti con grilli estremisti, non erano ben accetti laggiù in America Meridionale.



LA RIVALITA' CON IL WUNDERTEAM. Tra gli anni '30 e '40 a dominare il calcio non è solo l'Italia, ma anche l'Austria, rinominata Wunderteam, cioè squadra meravigliosa. Hugo Mesil aveva infatti costruito una selezione formidabile, capace di sbaragliare qualunque avversario. E tra il 1931 e il tardo 1932 saranno ben 14 i risultati utili consecutivi. Queste 14 partite che non hanno conosciuto la sconfitta, culmineranno con la vittoria della seconda edizione della Coppa Internazionale, ai danni proprio dell'Ungheria. Lo stesso scenario si ripeterà due anni più tardi, durante il Campionato del Mondo che si giocherà nella penisola del Belpaese. Ancora una volta l'Austria fronteggia l'Ungheria, e ancora una volta i magiari si arrestano di fronte al Wunderteam.



SAROSI E IL MONDIALE DEL 1938. Il 1938 dà la svolta alla Nazionale ungherese. Terza edizione della Coppa del Mondo, in Francia. L'Ungheria sovrasta la Grecia per 11 a 1 nei play off, battendo poi in successione le Indie Orientali Olandesi, la Svizzera e, in semifinale, la Svezia. In totale segna 24 gol, subendone solo 2. Una corazzata. A prendere per mano una squadra che sarà seconda solo all'Aranycsapat di Puskas, è Gyorgy Sàrosì. Leggenda del calcio ungarico, dedicò il suo cuore ad una sola squadra, il Ferencvàros. Qui, segnò 351 reti in 382 apparizioni, condite da 42 gol in 64 presenze in Nazionale. Numeri sensazionali per un calciatore dall'intelligenza prodigiosa. Dopo aver, infatti, appeso le scarpe al chiodo, si laureò in Giurisprudenza e divenne prima avvocato, poi magistrato. Eh, ma davanti c'era l'Italia, ancora una volta. E ancora una volta a guidarla c'era Vittorio Pozzo, troppo moderno per essere battuto. In più, giocava il più forte calciatore di quell'epoca, Beppino Meazza. Finirà 4 a 2 per la squadra azzurra – con un gol proprio di Sàrosi, ma inutile. E siamo alla terza grande delusione dell'Ungheria.




Ma in Ungheria c'era ancora Horthy, che mal digeriva queste sconfitte, che macchiavano, probabilmente, prima il suo ego e poi la fama del Paese. Karoly Dietz, l'allenatore di quella formazione, resistette in panchina per qualche mese ancora. Poi fu sollevato dall'incarico. E sparì. Horthy aveva mietuto un altra vittima.

FINE PRIMA PARTE 

sabato 29 novembre 2014

La partita dei mille progetti


Roma e Milano. Due città tanto distanti e culturalmente opposte, quanto vicine per l'incessante ricerca di un rilancio, soprattutto dopo un'immortale decadenza e un declino verso un sempre più raccapricciante degrado. Lo stesso degrado che si è ramificato nelle fondamenta di una Tor di Valle, abitata ormai dal deterioramento del menefreghismo per il proprio paese, per la propria casa. E' la baraccopoli di Roma. Ma il degrado colpisce anche gli interminati palazzi milanesi mai divenuti grattacieli. Sono abbandonati lì, tra cantieri aperti e travi vacillanti, proprio come i progetti mai realizzati. Queste, infatti, sono le patrie della riscossa italiana, affidate nelle speranzose mani del nuovo Stadio dell'AS Roma e dell'EXPO 2015. I simboli dell'araba fenice tricolore. Quasi fosse la mascotte olimpica.



I RICORDI. Questa, però, è anche la settimana di Roma – Inter. Calcisticamente le notizie sono fondamentalmente due. Da una parte, Mancini torna sulla sciagurata panchina dell'Inter, corrosa dall'incapacità di ritrovare una vittoria. Ma dall'altra, tornano anche i sapori della Classica del Campionato post Calciopoli, in una fantasia sportiva che riscopre la grande rivalità che dominava gli anni fra lo splendido mondiale tedesco e quello, nettamente più tragicomico, sudafricano. Non è solo l'era di Mancini però, ma anche quella di Spalletti, di Mourinho e di Ranieri poi, senza i quali la Serie A italiana si sarebbe persa nell'inconsistenza della propria auto celebrazione. Il 2010 infatti è un anno malato, perché pone di fronte al popolo italiano la disfatta della Nazionale in Sudafrica, e allo stesso tempo, la vittoria in Champions League dell'Inter. E' la glorificazione della miopia di un calcio ancora ricco, ancora il più importante al mondo. Però in quella Inter non vi era nemmeno un italiano in campo – o meglio solo Materazzi, entrano a due minuti dal termine. E allora l'apoteosi del calcio nostrano non è che effimera. Labile. E fine a sé stessa. Una vittoria italiana, che italiana non è. Non è un caso che Mourinho sia fuggito via, di corsa, ben sapendo che non sarebbe riuscito a replicare il grande traguardo europeo, mentre la Roma, la principale antagonista della Milano nerazzurra, ha attraversato anni bui. Terribili. Sportivamente tragici. E i sassi violentemente scagliati contro le automobili all'uscita da Trigoria, ancora non si scordano. Momenti saldati ed inchiodati nella mente. Momenti superati, questi. Pjanic ce lo insegna.



Ma mai saranno superati i ricordi di quel Roma – Sampdoria, arrivato come l'ultimo vero ostacolo prima dell'entrata nell'Olimpo. Uno scontro diretto con l'Inter vinto e una Lazio dominata in un derby tormentato dall'ansia di Totti e De Rossi, vengono spazzati via da due gol doriani. E un macigno cade sulla città in festa, totalmente rovinata. Le lacrime di dolore. L'agonia e il patimento. L'incubo. E nonostante un campionato gettato al vento, saranno in 25mila a Verona, l'ultima stagionale, ad omaggiare la squadra, in un Bentegodi colorato di giallo ocra e di rosso pompeiano. Perché questa è la Roma. E nel frattempo a Siena lo Scudetto veniva cucito sul petto nerazzurro, dopo aver tremato su un tiro-cross di Rosi agli ultimi sgoccioli. Ma era l'Inter del Triplete, una corazzata. Costruita per vincere. E ha vinto. Nessuno sbaglierà se mai un giorno dirà che quello del 2010 è stato il campionato più bello degli ultimi 15 anni, combattuto e onorato fino agli ultimi secondi.



I PROGETTI STRANIERI. Quella fra Roma e Inter è anche la partita delle idee, delle iniziative, dei progetti. Tutti stranieri. Un derby trans-continentale fra Pallotta e Thohir, emblemi del cambiamento ma invisi alla classe politica secolare tipica d'Italia. Lotito, Galliani Tavecchio, qualche nome. Un mio professore all'Università amava ripetere Chi ha il potere, tende a tenerselo tutto per sé. Chissà perché. Ma è solo per merito di marziani atterrati in Europa che il calcio italiano possiede ancora qualche spiraglio di recupero. E quando ciò verrà capito, sarà sempre troppo tardi.
Ma i progetti, dicevamo. La sofferenza, la fatica e l'angoscia della sconfitta fondano un progetto, che si articola fra i meandri delle scelte azzeccate e delle scelte errate. Senza queste ultime, un progetto morirebbe soffocato ancor prima di nascere, perché solamente i fallimenti e gli insuccessi plasmano un mero pensiero, a volte utopico, in una concreta pianificazione, capace di adeguarsi ai cambiamenti. Onore, allora, a uomini che resistono di fronte alle avversità di quella classe politica senile, che mal digeriva, e mal digerisce tutt'ora, investimenti stranieri, che non sono altro che una manna dal cielo in un mondo del pallone ormai povero ed arido.



domenica 23 novembre 2014

Arpad Weisz, dallo Scudetto ad Auschwitz

Mi sembra si chiamasse Weisz, era molto bravo ma anche ebreo e chi sa come è finito così racconta il grande Enzo Biagi, fra qualche confuso ricordo. Era il 1938, quando il diario dell'intera storia italiana viene completamente carbonizzato dallo squilibrio del razzismo. Mussolini non stava che anticipando la Soluzione Finale hitleriana, ma con le Leggi Razziali, per certi versi anche più atroci della demenza nazista e delle Leggi di Norimberga. Iniziava così, la diaspora di milioni di ebrei, prima privati di lavoro e scuola, poi, deportati nei campi di concentramento. In treno, pagando il biglietto. L'umiliazione sconfinata. E l'uomo ridotto a bestia, nemmeno animale. Fra questi c'era anche Arpad Weisz.


IL CALCIO GIOCATO. Figlio della grande Ungheria calcistica del primo Novecento – superata solo dalla formidabile squadra magiara degli anni 50, quella di Puskas e Grosics, miglior portiere del mondiale svizzero del 1954 – Weisz non entra immediatamente a contatto con il mondo del pallone. Studia infatti Giurisprudenza a Budapest, fantasticando una carriera forense. Ma lui è destinato a rivoluzionare il calcio, tanto che lo considerava come il suo mantra. Gioca allora nel Torekvés, dove si mette in mostra come come ala sinistra, capace di fornire assist in continuazione. Tra l'altro proprio come da tradizione – e d'altronde la nazionale d'Italia, che solo 10 anni più tardi avrebbe vinto due Coppe Rimet consecutive con Vittorio Pozzo, che pure si legherà a Weisz, era sempre uscita sconfitta contro l'Ungheria fino al 1924. Verrà notato in un amichevole fra Nazionali a Padova, e proprio il Padova gli offre la possibilità di scendere fra i campi italiani. L'anno seguente, il 1925, passa all'Inter, dove gioca, e anche bene, ma il ginocchio scricchiola. E appende le scarpe al chiodo, a 30 anni.



L'ALLENATORE. Ciò che ha reso, però, eccezionale Weisz, è stata la carriera da allenatore, tanto era moderno, tanto era avanti nel tempo. E' lui infatti che introdurrà i ritiri presso le località termali, così come è sempre lui ad introdurre il metodo Chapman, importato e rinnovato dal Regno Unito, la patria del calcio. Non a caso è proprio l'Inter che lo richiama sulla panchina per guidare la squadra nella stagione del 1926. Due anni di apprendistato, poi al terzo – tra l'altro il primo a girone unico, ossia la neonata Serie A – arriva lo scudetto, lanciando nel cannibalesco pianeta calcistico Beppino Meazza, cresciuto e coccolato come la propria creatura. Questo è il tricolore che lancia e consacra l'Inter fra le potenze del calcio, e ciò si deve solo ed unicamente a Weisz, in grado di sconvolgere tutta la tattica, tutti gli schemi di un gioco al pallone che fin troppo spesso terminava con un noioso pareggio. E di tutto questo, Weisz non potrà mai essere privato, perché ebbe la geniale intuizione di codificare la sua idea, in una sorta di calcio positivizzato. Scrive allora Il manuale del giuoco del calcio, la cui prefazione è redatta da Vittorio Pozzo, che ritorna ad intrecciarsi con la vita dell'ungherese.

Lascia l'Inter, e dopo una breve esperienza a Bari e con il Novara, giunge a Bologna. E il connubio funzionerà. Weisz trova una squadra dotata di una discreta struttura e di una buona base, ma che deve ancora compiere quel definitivo salto di qualità. Bene, l'ungherese ci riesce. Nel 1935, al primo anno sulla panchina rossoblu, conquista lo Scudetto. Si ripete anche l'anno successivo, in un fiume di trionfo e di lodi. E' senza dubbio il miglior allenatore d'Italia. E presto lo diventerà anche d'Europa. Sì, perché nel 1936 si terrà il Torneo dell'Esposizione Universale, ossia la competizione internazionale per eccellenza, a cui partecipava anche la formazione inglese del Chelsea. Finale annunciata: Bologna – Chelsea. A vincere sarà sempre lui, Arpad Weisz. 4 a 1 il risultato, senza possibilità di appelli.
Ma è il 1938 e, come detto, le Leggi Razziali vengono promulgate. Per Weisz non c'è più dimora in Italia, cacciato ed ostracizzato. La sua colpa era quella di essere ebreo, uno sporco ebreo, come amava ripete il Fuhrer nel Mein Kampf. Viaggia allora verso Parigi, ma cambia meta e giunge così in Olanda. E' il Doredecht, appena promosso in Serie A, che gli offre la panchina di una giovane squadra, costruita perlopiù su ragazzini alle prime armi, senza particolari velleità. E ancora una volta Arpad trasforma l'impossibile sfida in una vittoria. Al primo anno lotta per non retrocedere, vincendo lo spareggio finale. Poi ottiene due quinti posti consecutivi, senza, è bene ricordarlo, investimenti e giocatori affermati, battendo addirittura il maestoso Feyenoord. Solo lui e la sua voglia incredibile di vivere calcio. E' il 1942.



AUSCHWITZ. Poi, gli occhi si chiudono, anche in Olanda. Ora ci sono i gerarchi nazisti a comandare, ad imprimere sofferenze. E non si può più fuggire. Ora c'è Auschwitz. Nella tragedia, lo straziante supplizio incessante. Sì, perché Weisz viene separato dalla famiglia. La moglie Ilona, i figli Clara e Roberto sono strappati dalle braccia dello schivo padre, e il treno li porterà a Birkenau, il Mattatoio. Qui non riusciranno nemmeno a vedere l'alba del giorno seguente, perché scagliati direttamente nelle docce.

Ma Arpad continua a vivere. O forse è meglio dire sopravvivere, con le ultime energie, in un Lager che non conosce pietà. Cosa si può pensare quando la vita non ha più senso di essere vissuta? Niente. E tutto. La rabbia della vena appena sopra al collo pronta ad esplodere, l'impotenza, le nocche insanguinate lasciate contro un muro, che bianco ora più non è. Il sangue colora la ferraglia arrugginita della propria tomba. Ma nessuno versa lacrime, nonostante gli occhi vaghino persi nel vuoto. Loro – Arpad e tutti gli altri martoriati – erano uomini immortali nell'animo, con la scorza dura, impenetrabile. Prima o poi, però, le ossa fragili cedono, si sgretolano nel dolore, più spirituale, che fisico. E Weisz non ce la fa. Così, in una gelida mattinata del Gennaio del 1944, si arrende al Nazismo. E alla memoria. Sì, perché da lì in poi, Arpad Weisz fu essenzialmente dimenticato, e questo è paradossale. Come può uno dei tecnici più vincenti, più noti di quell'epoca dominata dalla ventata innovatrice del football, essere così facilmente scordato? E' il potere, irrazionale ed arbitrario, della Shoah, che sfugge dalle logiche. E chissà quanti altri si nascondo ancora sotto la terra umida delle fossi comuni, che pace non hanno mai trovato.

giovedì 20 novembre 2014

Rivera, Mazzola e un derby che non c'è più

I PRIMI PASSI. Era il 1908, quando Dorando Pietri, stremato e con il fiato corto, infiammava il popolo italiano tagliando il traguardo, per primo, della maratona olimpica. A Londra, a casa degli altezzosi inglesi. Una vittoria epica. D'orgoglio. Ma il destino, beffardo, priverà Pietri di una medaglia d'oro, conquistata con il sudore e con la fatica, solo perché sorretto dai giudici di gara negli ultimi metri. Qualche mese prima, però, il pianeta calcistico fu completamente rivoluzionato da 44 signori, che diedero le dimissioni da quella che non era altro che la squadra più forte d'Italia: il Milan. Una scelta irrazionale. Illogica. Soprattutto perché quel Milan, detentore del tricolore in carica, non voleva dotarsi di stranieri, problema più che mai attuale. Quei 44 crearono così l'Internazionale, la costola della Milano rossonera. La sorte volle che il capitano della neonata Inter fosse Hernst Marktl, onesto calciatore, mai passato agli onori della cronaca, ma storico fondatore proprio del Milan. Sempre il 1908 vide, poi, il primo confronto, amichevole, tra le due compagini, a Chiasso. Una terra neutrale, in un nebbioso e glaciale campetto di terra battuta. Finirà 2 a 1 per i campioni d'Italia quella partita così scontata, così sofferta. Uno dei vanti della futura Serie A, inizia proprio qui.
Ma, un passo indietro. Era il 1774, lo scultore Giuseppe Perego regala al popolo milanese il simbolo della città. In rame dorato, piantato sulla guglia più alta del Duomo. La Madonnina. E' l'emblema di una Milano che vive all'ombra della Madonna Assunta, che coltiverà, poi, i sogni e le ambizioni di Milan e Inter. Da qui, il derby della Madonnina, caratterizzato fin dai primi calci a quella palla di cuoio da un acceso antagonismo. Una rivalità così profonda, antica, tradizionalista, che è riuscita a sopravvivere ai due tragici conflitti mondiali, non può che addentrarsi nella cultura cittadina. Si mescola, si intreccia nei costumi di una società un po' borghese e arrogante, un po' popolare ed industriale. Come quando Franca e Moreno, una giovane coppia di fidanzati, giocano il loro matrimonio sul derby, come fosse una monetina. Lei, tifosissima dell'Inter, studia Giurisprudenza; lui, milanista, lavora in banca. Devono sposarsi, o forse no. Emergono dubbi. Esitazioni. Titubanze. Ma è il 27 Settembre del 1977 - tra l'altro l'ultima stracittadina che vedrà di fronte Mazzola e Rivera. Se vince il Milan, la coppia si lascia, definitivamente; Se vince l'Inter, convogliano a nozze. La partita finirà con un pareggio, nel segno del destino.



GIUSEPPE MEAZZA. Ma la Scala del Calcio, culla della passione milanese, sarà ricordata anche per le stelle, tante, nate sotto l'abbraccio fraterno della Madonnina. Meazza, il nerazzurro più amato, fu scartato dai cugini del Milan, a soli 14 anni. Sei troppo mingherlino, gli dissero. Entrò, allora, nelle giovanili dell'Inter. Uno scippo. A scoprirlo, e a rimanerne calcisticamente innamorato, fu Fulvio Bernardini, nonostante fosse ancora un calciatore – destinato alla mitologia a Roma –. Meraviglioso era il suo controllo di palla, invidiato dallo stesso Bernardini. E poi, entusiasmante il suo dribbling, veloce e potente. Si narra che fu lo stesso centrocampista dell'Inter a pregare Arpad Weisz, dimenticato allenatore della prima squadra interista, ad assistere a qualche allenamento del giovane talento cristallino. Bastarono 10 minuti per convincere il bruto ungherese a portarsi dietro Meazza, che esordirà qualche mese più tardi in Coppa Volta. Ma nell'atrocità delle Leggi Razziali, promulgate sotto la dittatura fascista, Weisz fuggirà a Parigi, prima di essere catturato e deportato nel campo di concentramento di Aushwitz, dove esalerà gli ultimi respiri. Il paradosso di uno squilibrio nazista che sovrasta l'intuito geniale di un uomo, la cui individualità viene completamente annientata. Sì, perché solamente qualcuno dall'acume straordinario, avrebbe avuto il coraggio di lanciare ragazzino inesperto in un Inter dominata dalla pressione per la vittoria. Ad Arpad Weisz, Meazza deve la carriera, giocata fra 241 gol con la maglia nerazzurra e il primo, memorabile, scudetto della neonata Serie A. Campionato vinto proprio con Weisz in panchina, che vinse la propria scommessa, dimostrandosi il più grande di quell'epoca così antica ma mai antiquata. Per molto tempo, Meazza rimase formidabile in campo. Ma gli infortuni lo colpiscono. Ripetutamente. La schiena lo tradisce più volte, anche se, alla fine, si ritirerà a 37 anni, dopo un'ultima stagione con la sua maglia nera e blu incisa ormai nella pelle, nonostante la parentesi con il Milan. Così, quello che un tempo era stato il miglior giocatore italiano, non riesce poi, ad avere la medesima fortuna come allenatore. Ma il mondo del calcio gli apparteneva. Era suo, di diritto. Divenne, allora, il responsabile del settore giovanile dell'Inter, dove scoprirà un altro grande del pallone, Mazzola.



RIVERA E MAZZOLA. Proprio con Mazzola, una delle poche bandiere mai bugiarde, mai disoneste con i tifosi, animerà il calcio italiano degli anni 60 e 70, i migliori probabilmente, Gianni Rivera, personificazione del Milan. In campo era come un pittore, folle nella sua genialità, con il tocco fine e vellutato. Delizioso. Preciso. Un artista rinascimentale che riusciva ad amalgamare la creatività dell'assist, con la scienza del gol. Ma appunto, era folle. Nel 1965 Rivera discusse pubblicamente con il commissario tecnico della Nazionale Armando Picchi, accusandolo di un modulo fin troppo catenacciaro. Come se a decidere fosse lui, Rivera. Celebri, poi, le dirette polemiche alla stampa, ai viscidi giornalisti, come amava ripetere continuamente tra i suoi pensieri. Lui, così estroverso ed eccentrico, non era che l'altra faccia della medaglia, d'argento, di Messico 70: Mazzola. Mazzola era certamente più quadrato, emotivamente, meno avvezzo agli isterismi, ma anche lui, come tutti i campioni che si possano chiamare tali, rallegrava il popolo della Scala del Calcio, crogiolandosi nelle rasoiate dei suoi dribbling. Più scienziato, più professore. E il dualismo Rivera – Mazzola è uno dei più sensazionali fra le storie di calcio. Il pane, per i denti del giornalismo, che ci edificò intere prime pagine. Due nemici. Ma erano anche dei signori, onesti, figli del loro tempo. Non sapevano nemmeno che cosa fosse l'odio. Mazzola racconta di aver incontrato più volte Rivera fuori dal campo, ma sempre nell'anonimato, come a sfuggire dalle chiacchiere da bar. La mezzapunta interista non dimentica nemmeno il calcio giocato, ricordando che il ricordo più bello sia in un derby, forse l’ultimo della mia carriera. Nel secondo tempo c’è un fallo laterale sotto la tribuna. Mi danno la palla e Gianni mi rincorre per cercare di portarmela via. Dopo 15 metri mi accorgo che mi sta ancora dietro e ci mettiamo a ridere, lì sul campo ‘Ma cosa stiamo a correrci dietro? Dai’, gli dissi. Uno che rincorre l’altro? Non è il nostro ruolo quello di rubare palla



Si potrebbe benissimo raccontare ancora della difesa imperforabile dell'Inter, protetta dai guardiani Bergomi e Baresi, o del Milan Olandese di Van Basten e Gullit, tutta creatività. Questi, e quelli di Rivera e Mazzola, erano anni padroneggiati dalle milanesi, che si alternavano e si rincorrevano nella conquista per lo Scudetto. Ma il derby milanese ora è freddo, avvolto in una cupa nebbia che si sforza, invano, di riscaldare i cuori degli appassionati, stanchi di fischiare, stanchi di non vedere il proprio amore ai vertici. Mentre la miopia di un calcio ancora ricco dilaga nei salotti, la Serie A cade a pezzi. E con essa, il derby. La rabbia, i fischi, i pugni. La disfatta di un mito, senza avere la consapevolezza che gli anni 60, 70, 90 diventeranno un lontano ricordo. Non si gioca più in un campetto glaciale come nel 1908, ma è come se lo fosse. Milan – Inter allude così alla sconfitta del pallone italiano, ma quando queste due squadre torneranno – perché succederà – le potenze di un tempo, questo sarà il sigillo della rinascita. Di tutto il movimento. 

sabato 15 novembre 2014

Miralem Pjanic, il cristallo di Roma


LA GUERRA. La storia di un uomo, bosniaco, figlio della guerra. Cruenta. Sanguinosa. E la carriera di un calciatore, ancora ragazzino, ancora troppo giovane per pensare ad futuro nello sport. Due mondi opposti, che si intrecciano, ma che si scontrano, violentemente. E, nel mezzo, il frastuono, continuo, delle bombe che imperversa su tutta la terra slava. Solo mezzo secolo prima, Sarajevo era il teatro tragico della follia umana, con Francesco Ferdinando assassinato a colpi assordanti di pistola. Poi c'è Tuzla, che, fra le macerie di case popolari distrutte e di tetti frantumati, è la patria di Miralem Pjanic. Una città storica, dove abbondano cultura e arte. Ma sono sfregiate. Sì, perché là, nella sua terra d'origine, le urla, le disperazioni, i pianti soffocano le bellezze arabe e romaniche, che addobbano i colorati vicoletti. Di primo acchito, sembra Amsterdam, la città – calcistica- del Cigno di Utrecht. Lui, che con la sua classe, la sua eleganza, riusciva a volteggiare sulle punte, come fosse un ballerino di danza classica. E lo era. Un'opera d'arte moderna. Il parallelismo con Pjanic non sarà solamente una coincidenza. Ma Miralem ancora piange e singhiozza, scaldato fra le braccia di mamma Fatima. Romanzesco l'aneddoto che lo porta in Lussemburgo. Il padre, aspirante calciatore del Drina Zvornik, un'onesta squadretta di terza divisione, chiese per ben due volte i documenti necessari per il trasferimento. Invano. Dalla guerra non si scappa. Si soccombe, impotenti. Poi qualcosa cambia. Un miracolo, per i miscredenti. Dio, risponderebbe Fahrudin, musulmano qual è. E allora il lamento sofferente del piccolo genio bosniaco commuove la scorza dura dell'ufficiale, eroe per la famiglia Pjanic. Partiranno, dunque. Una nuova tappa.

Zvornik sarà poi la seconda città invasa, e demolita, dalle forze paramilitari serbe. Dove sono le Moschee? Dov'è finita la popolazione bosniaca? Il silenzio degli innocenti – e sì, potremmo pure pensare ai bellicosi serbi come l'immagine di Hannibal Lecter, il serial killer schizofrenico. Ecco, ma molti, molti, di più. Un esercito – massacrati, umiliati e deportati nei campi di concentramento, come bestie. La famiglia Pjanic ci tornerà a Zvornik, ma solo nel 1996, quando ancora i carrarmati statunitensi bloccavano le strade, nonostante il conflitto fosse finito. La patria riconquistata, ma persa.

IL LUSSEMBURGO. Qui il calcio non ti fa vivere. Non ti sfama. Gli stadi, sempre che di stadi si possa parlare, non si riempiono. E allora Fahurdin deve rinunciare alla sua passione, al suo personale orgoglio. Ma lo fa per il bene della famiglia. E le intenzioni così genuine sono sempre ripagate. La vita lo ricambia con un bimbo prodigio. Pensate che in una normalissima mattina di mezza estate, Miralem prende un pallone da calcio e comincia a palleggiare. Da lì, nasce una storia d'amore, e non si staccherà più dalla palla. Sempre incollata al piede, come un magnete. O come una colla - almeno così dirà Maurizio Compagnoni in una spettacolare rete di un Roma Milan 2 – 0.
L'FC Schifflange, squadretta lussemburghese, lo nota, lo studia e ne rimane incantato. Ma la genialità, si sa, fa fatica ad emergere. Piccoli infortuni minano le sue presenze in campo, ma non le sue certezze. E nemmeno quelle dell'allenatore, che lo aggrega alla formazione dei più grandi. Un cristallo, grezzo, che si svezza, lentamente. Il tutto sempre sotto gli occhi, vigili, del padre. Attento ed inflessibile, dispensa consigli al gracilino Miralem, che apprezza. E ancora oggi, sul giardino incantato dell'Olimpico, lo si può scorgere, Fahrudin, appena sotto la Tribuna Stampa, ad osservare la classe del suo orgoglio: il figlio. Ma il Lussemburgo comincia a stargli stretto. L'estero lo chiama. Un altro trasferimento. In Francia.

IL METZ. Un commentatore francese dirà, qualche anno più tardi, c'è qualcosa di Messi in questo gol! Il talento cristallino di Pjanic sta sbocciando lontano dal centro caotico di Parigi o dall'affollamento di Lione. Il Metz lotta per non retrocedere. Una squadra grintosa. Affamata. Serrata. Quel Metz lo guidava Francis de Taddeo, carismatico allenatore che di Pjanic ne era rimasto infatuato. Si racconta di un Lussemburgo Belgio U18 terminato 5 -5 – sì, Miralem, ancora minorenne, dava spettacolo per i colori rossoblu – con 4 reti e 1 assist del bosniaco. Fantastico, lo voglio con me!, pronunciò de Taddeo, brancolato fra i tanti genitori di quelli che non erano altro che scapestrati ragazzini. E mantenne la promessa. Se lo portò in prima squadra. Ed esordì, contro il PSG. Il debutto dei sogni, a 17 anni. A fine stagione saranno 38 le presenze fra tutte le competizioni, condite con 5 reti. Una di queste fu sensazionale: sombrero e dribbling sul portiere. Epico. Ma il Metz era solamente una squadra di provincia, senza nemmeno troppe pretese. E retrocesse. Per Pjanic è un duro colpo al cuore. E' malinconico. Affranto. Si era realmente affezionato alla squadra, ai compagni, alla città. Ancor di più agli allenatori – Miralem racconta di aver chiamato Oliver Perrin, coach dell'U18 del Lussemburgo, prima di firmare con la Roma. Il Lione piomba sul giocatore, e lo acquista.

LIONE. A Lione arriva come un ragazzino, ne esce uomo. Umile. Maturo. Il 2008 gli regala la prima gioia: la nazionale bosniaca. A lui, che di fronte all'offerta francese, disse: Giocherò con la Bosnia, e spero che la nostra nazionale possa portare un po' di gioia alla nostra gente che ha tanto sofferto. Con fierezza, e il cuore davanti a tutto. Nell'era dominata dagli agenti, iene predatrici nella savana, ancora c'è qualcuno che dice no. Che si aliena da una realtà struggente e capitalista. L'uomo, prima di tutto. E l'onore.
Calcisticamente, Pjanic a Lione impara tanto, da Juninho soprattutto, l'idolo della tifoseria transalpina. Uno che trasformava in oro qualunque calcio di punizione – a foglia morta, raccontava Pro Evolution Soccer 4 –. Prenderà, la stagione successiva, il suo numero di maglia: l'8. L'erede. Poi, la consacrazione e l'amore che fiorisce. Al Santiago Bernabeu, teatro delle meraviglie, contro i campionissimi del Real Madrid. Lo stadio gremito e confezionato a festa ammira la sua genialità, il suo estro. Un mancino di controbalzo che spedisce all'inferno Pellegrini, manager dei blancos. Sarà un pareggio, il risultato finale. Ma è il Lione a passare ai Quarti della competizione. Ringrazia, Miralem, con le braccia al cielo, verso lo spicchio di tifosi accorsi, numerosi e speranzosi, nella capitale spagnola. Ma le luci si spengono, l'incantesimo si spezza. Gourcuff eclissa il bosniaco, che si rattrista, si blocca, mentalmente. Lione, dopo averlo coccolato ed idolatrato, rischia di tappargli le ali, spiegate verso la vittoria. E allora c'è la nuova Roma statunitense, che si assicura il talento slavo. All'ultimo giorno di mercato, all'ultimo respiro. Il colpo. Un americano e un bosniaco, insieme, come fosse un film di Sordi.

ROMA. Questa è storia recente, fra l'idillio con Luis Enrique, uomo squisito, e un rapporto burrascoso con Zeman. Rispettato, sì, ma mai amato, il secondo. E poi Garcia, terzo allenatore nel giro di soli 3 anni. Si capiscono, si intendono e si apprezzano. L'uno diventerà la fortuna dell'altro. Garcia sceglierà Pjanic, e non Lamela, vittima sacrificale di una stagione sfortunata. Vincerà la sua scommessa. Perché Miralem diventerà il faro del centrocampo giallorosso, maestro di eleganza e qualità. Un ballerino, sul campo. Un po' come Van Basten. Per chiudere il cerchio.


martedì 11 novembre 2014

L'ULTIMO ELOGIO. CRISTIAN E STEFANO.


Due settimane sono passate. E ancora tutta una vita davanti, fra il dolore e la sofferenza per Luana. Scemerà, certo, ma non svanirà. Il papà migliore del mondo e il figlio più bello che esista, volano ancora, con le ali spiegate. Non fra le seggioline blu della tana giallorossa, e nemmeno fra i viali alberati d'arancio. Ma solo tra i cieli, cupi, di Roma. Gli Angeli non sorridono, e la città piange di dolore. Le pesanti gocce d'acqua si mescolano con le lacrime della morte.
Questa volta il calcio non ha mietuto vittime. Ha unito. Ha fortificato. Ha rafforzato i cuori, coperti dalla malinconia. E i cocci del vaso frantumato non potranno, questa volta, essere ricomposti. Non ci saranno schiamazzi in casa, non ci saranno piatti caldi serviti al marito, di ritorno dalla giornata di lavoro. Una tavola vuota. Ma nella tragedia, gli Angeli. Ancora loro. Ma non Cristian e Stefano. Sono Angeli terreni, questi. Angeli che vivono qui, da sempre. E' la gente. Di città, di campagna o di periferia, non importa. Fanno scudo alle avversità. Rendono commovente un funerale, che di commovente non può avere nulla. L'ossimoro della festa nera.

Piange anche De Sanctis, con l'ultimo regalo fra le mani, che tremano. E gli occhi innacquati, persi nel vuoto. Rossi disperati. La desolazione di una vita che non c'è più. Ma Cristian ha ancora il suo posticino, lassù fra gli altri marmocchi biondi. Stefano ha ancora il suo lavoro, bistrattato, sottopagato. Ma di questo non gli importava. Lui, la protezione gialla tra sputi ed insulti, fra calci e pugni, non ha bisogno di compassione. Lo fa per amore. L'amore che, nonostante tutto, mai gli mancherà. Dalla sua famiglia. Da sua moglie. Da suo figlio.

L'ultimo elogio. Mai funebre. Vivrete sempre, dentro ciascuno di noi.

IL DERBY DEL SOLE


Napoli. Il derby del Sole. Non quello grigio e cupo milanese. Non quello freddo e monotono torinese. Il derby dei colori, caldi e freddi. Del tifo caldo. Di due popoli tanto simili, quanto orgogliosi delle proprie origini. Della propria terra. Dei simboli. Come il Tevere e il Vesuvio. Pezzi di storia, fin troppo spesso infangati dall'odio, più che dalle parole dei tifosi.
Un legame storico. Che non può e non deve essere interrotto da sporchi assassini. Da ultras insoddisfatti della propria vita – quella reale – che altro non hanno che sfogare i propri disagi nella violenza gratuita. Anche qui, i colori. Ma non il giallo e il rosso, il bianco e l'azzurro. E' il nero dei passamontagna. Delle pistole. Della morte.
Quando Mao Tse Tung e Tito perdevano la vita, in Italia non importava chi, fra Roma e Napoli, vincesse contro le potenze strisciate. Vinceva la Roma, si gioiva. Vinceva il Napoli, si gioiva. Insieme. L'inno alla vittoria. Ma non dei più deboli. Nessuno poteva solo pensare che Roma e Napoli fossero solamente dei fuochi di paglia. Ma era la vittoria di quelli scomodi, a Palazzo. Senza nemmeno tra le righe, lo diceva il grande Dino. Alla radio. A mezzo popolo. Altri tempi, altre persone. In campo e fuori.

Un legame, dicevamo. Il gemellaggio della terra meridionale, bagnata dal Mediterraneo. A Roma e a Napoli respiri salsedine. Il sapore del pomodoro, sulla pizza e nell'amatriciana, si sparge fra le vie storiche. Come possono essere così distanti le città del Sole? Il calcio non è guerra. Bombe carta. Petardi. Lacrimogeni. Le bandane insanguinate a coprire il mento. Formazioni a testuggine. Scene viste e riviste. Nauseanti. Come lo sport in preda a fazioni estremiste. Belliche. Roma non è il covo di assassini. E Napoli non è monnezza.
Ma volete mettere la curva Sud con i bandieroni e la curva A illuminata d'azzurro come il cielo? Ma cos'è il calcio senza coreografie. Senza curve. Senza colori. Solo un gioco triste. Grigio. Senza passione. Il calore glaciale. L'ossimoro.

Che torni a splendere il sole in città. Con il vento in poppa. Senza acqua. Ne pioggia, né lacrime. Il Vesuvio non laverà nessuno. Il Tevere non sarà la bara di alcun tifoso. Roma e Napoli, rivali sì. Ma non nemiche. Stringerò la mano all'avversario. Lo applaudirò. Tornerò a casa, dalla mia famiglia che mi aspetta con un piatto caldo servito in tavola. Vivo. Affinché il ghiaccio che separa me e te, si sciolga. Con il fervore, la foga, l'ardore di tutti noi. Amici, prima ancora che tifosi.