lunedì 22 dicembre 2014

Adem Ljajic, il diamante serbo

L'Est europeo è una zona franca, grigia, vittima di pregiudizi comuni che si concentrano tra le parole annebbiate di chi l'Est europeo non l'ha mai realmente visitato. Pochi passi, e t'accorgi che è una terra estremamente discussa, controversa, che ancora fatica a sotterrare le armi. Il Passato qui è inciso a pelle sulle braccia di ogni abitante, e non si può cancellare ciò. Ciò che invece rimane nascosto è il suo carattere cosmopolita, perché se ogni cosa può essere ridotta ad una sola parola, questa racchiude pietra e figura di Novi Pazar, sconosciuta cittadina della Serbia, ma che incarna pienamente il trascorso complicato di queste lande abbandonate al proprio destino.
Qui, come in tutta la nazione slava, respiri quel profumo demodé della Storia, con tutto ciò che essa ne comporta. Guerra e Pace, perché senza una guerra una pace non può sopravvivere. E accade allora che a scolorare le navate della Chiesa Ortodossa di San Pietro, c'è l'Hammam e la Moschea Altun Alem. E' l'islamismo che si confonde con il cristianesimo più radicale in un conflitto che è solamente umano, ideologico e che le pietre mai possono cercare, immobili nella loro fotografia istantanea. E nel mezzo, in una calma solo apparente, c'è il Monastero di Sopocani, dedicato alla Santissima Trinità Cattolica. Questa è Novi Pazar. Questa è la patria cosmopolita di Adem Ljajic.

E' una città dove inevitabilmente si mescolano culture, costumi, folclori diversi, che danno risalto all'immaginazione straniera e all'orgoglio autoctono. Tutto questo, però, rischia di implodere in migliaia di schegge. Inevitabile, è la guerra fanatica delle Religioni – non della cultura. Quando Adem non canta l'inno serbo, è perché la religione fa da muro. Sono battaglie su battaglie. Ed è quello che è successo poi con le Guerre Jugoslave dei primi anni Novanta di un secolo martoriato dagli scontri bellici. Maschere che si mettono e maschere che cadono, qual è stato il vero scopo della guerra. Eppure l'eredità lasciata da Tito nel 1980 fiorisce in una rigogliosa serenità nei primi sei anni. Poi però si innesca una veloce destabilizzazione del Paese che porta ad una precoce dissoluzione della Nazione.
Caos.
Armi in mano e formazioni a testuggine. Fischi assordanti. Bombe. Viste annebbiate. La guerra è civile, che è ancora più cruenta, fratricida. Uomini che parlano la medesima lingua, si ammazzano. E raramente vengono salvate donne e bambini dalla furia cieca. Per anni quella parte di mondo ha chiuso gli occhi e ha sparato. Ancora.
E ancora.
Ma la famiglia Ljajic non scappa, anche perché nel 1991 Novi Pazar rimase fuori dall'epicentro del conflitto, non come Zvornik, la patria di Miralem Pjanic, demolita prima dalle mitragliette serbe, e poi dai carri armati americani parcheggiati ai lati delle strade. E' paradossale pensare alla patria riconquistata, ma fondamentalmente persa.

Ljajic intanto cresce nel silenzio della paura. Soffre. Trema. Si, perché basta una scintilla per scatenare una rivolta anche qui, a Novi Pazar, in un paese sostanzialmente neutrale. Una scintilla che rischia di accendersi nel 1998, quando gli americani sorvolano i cieli di Novi Pazar, scagliando granate sui fragili tetti della città. A terra, tutto espolode. Il Paese che cade in ginocchio. E i frastuoni dell'angoscia che non cessano. E tutti rintanati in casa, sotto le finestre per evitare i proiettili.
L'angoscia di vivere, la paura di morire. L'adulto, che non comprende ciò che la fuori accade, come può trovare le parole per spiegare ad un bimbo, i cadaveri a terra dei suoi amichetti dell'asilo. E' folle crescere con la morte che scorre nelle vene, perché così è. Proprio come a Zvornik, proprio come se i destini di Pjanic e di Ljajic si fossero intrecciati già nei loro primi mesi di vita. Sono un po’ nervoso, non emozionato. Le bombe americane che mi sono cadute in testa in Serbia quando avevo sette anni, mi rendono freddo e impermeabile verso tutto. Non ho paura di nulla, adesso – così disse Adem in un'intervista rilasciata prima di Fiorentina – Roma. Già, la freddezza e l'impermeabilità che lo hanno cresciuto e formato come uomo, prima ancora che come calciatore. Poche parole, poche gioie, molta maturità. Se penso a Ljajic, penso alla vita metaforicamente ridotta ad un calcio al pallone, che in un pallone però trova la forza di sorridere alle mitragliette.
IL PARTIZAN DI BELGRADO. A 14 anni Ljajic lascia quella Novi Pazar che tanto lo ha formato e costruito caratterialmente, per accasarsi a Belgrado. Il Partizan è rimasto infatuato dal suo talento con la palla fra i piedi. Tecnica e dribbling, svolazza tra i difensori come fosse la cosa più semplice al mondo. E cresce nel mito di Kakà, assumendo sempre più le sembianze di un trequartista atipico con l'inclinazione al gol.
Belgrado, si sa, non è una città calma e pacata. Qui c'è il derby dei fuochi – ma quelli veri. Lo stadio incendiato, la bolgia che comprime ed opprime. Soffoca. E Ljajic ne giocherà alcuni. Come possono allora tremare le gambe ad un ragazzo, che ha già vissuto più di molti quarantenni in carriera, di fronte ai fischi di qualche migliaia di tifosi inferociti? Freddo ed impermeabile.
Per quella volta.
Per tutta la vita.
C'è tempo anche per le prime braccia alzate al cielo. Nel Novembre del 2008, infatti Ljajic esulta per la prima volta fra i professionisti. Il primo gol non si scorda mai, dicono. L'OFK Belgrado è la vittima sacrificale dell'iniziazione del talento serbo, che si diverte fra i primi sorrisi velati. Ma l'Europa lo scruta, lo osserva, infine se ne innamora. E Belgrado comincia a stargli stretto. Una nuova tappa, un nuovo trasferimento. Firenze.


LA FIORENTINA. Burrascoso. Conflittuale. Tempestoso. Questo è il rapporto con la Fiorentina. Una prima mezza stagione – da Gennaio a Giugno – passata a studiare il calcio italiano, i suoi movimenti, la sua tattica, e poi una prima parziale consacrazione. Gioca bene, si sacrifica per la squadra, ma sempre con quel viso un po' imbronciato, un po' triste. Testardo e capoccione. Quasi fosse nostalgico, e probabilmente lo è. Crede che la felicità si sia scordato di lui, ma in realtà si è nascosta in qualche cassetto. Solo che lui ancora non lo sa.
Ci sarà spazio in quella stagione per qualche gol, qualche giocata, ma nessuno riesce ad inquadrare bene Ljajic, schizofrenico nella sua genialità, e capita allora che nel terzo campionato disputato a Firenze sprofonda nell'agonia della tribuna.
Caos.
Lo capite? Ritorna il caos, quella battaglia interiore che non si placa, tra il pungo di Delio Rossi e la rissa da strada. Esonerato l'allenatore, fuori rosa lui. E Adem avrà il tempo di segnare una sola rete in campionato, sostanzialmente inutile. A quei tempi, guardavi Ljajic e non potevi non notare come una carriera costellata da lampi di genio, rischiasse di frantumarsi contro un muro – non più religioso, ma solidamente mentale.
Ma cosa pretendi da chi dovrebbe essere ragazzo e invece ragazzo non è, da un uomo che ha finito di maturare sin dal 1991.
La stagione successiva, la Fiorentina si affida a Montella, che stravolge i piani di mercato della società viola. Scocca l'amore. Ljajic segna a raffica, diventa il punto focale della squadra, tutti lo cercano e lui cerca tutti. E Ljajic è felice. Si sente finalmente apprezzato, e probabilmente è la prima volta che uno stadio intero lo inneggia. Non una Domenica, non una partita. Ma per tutta una stagione.
La società non vuole più venderlo, ma un centinaio di chilometri più a Sud, la Roma ha ceduto Erik Lamela per una trentina di milioni. Urge un sostituto. Ljajic arriva a Termini, in treno. E' pronto per il definitivo salto di qualità.
LA ROMA. A Roma entra e segna. Prima partita, primo gol. Garcia lo adora, intende farne il nuovo Hazard. Ma la stagione sarà condita da alti e bassi, da gomitate, pedate e stincate che prende giornata in giornata, e da pochi gol che svaniranno in prestazioni incolori, opache. Malinconicamente tristi, a volte. I gol saranno solamente 6 a fine stagione. La piazza romana pretende di più, è capace di riempire uno stadio solo per te, ma di portarti anche nel limbo dell'Inferno.
Ljajic oggi ha scelto la prima strada, perché qualcosa, dall'Estate del 2014, cambia, forse nella testa del giocatore, che si convince delle proprie potenzialità. Diventa il titolare della squadra. E così si trasforma Ljajic, dal bimbo serbo con la morte che fa da ossigeno nelle vene, in un giocatore imprescindibile. La scorza dura e la faccia imbronciata, che non spariranno mai, ora però mascherano la gioia della sopravvivenza. Dalle bombe. Dalla guerra. Non saranno dei fischi a farlo cadere. Non saranno i morsi sulle caviglie a farlo piangere. Troppa sofferenza nel suo passato, perché Adem ora corre, con il pugno alzato. I compagni lo strattonano. Urlano. Roma svezza il talento cristallino. E Ljajic è in curva. La maglia numero 8 non ha solo segnato. Ha convinto. Ha vinto la sua partita più grande.









martedì 16 dicembre 2014

Il Mondiale del 1954: La Grande Ungheria // PARTE 3

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E' il 1950. L'anno del Maracanazo. Il Brasile del mezzo secolo scherza, si diverte, vince, anzi stravince. E il Mondiale si gioca proprio nella terra verdeoro. Ma è un fallimento, completo. Il Maracanà, elegantemente vestito a festa e pronto a celebrare i suoi eroi, perde la voce, che si affievolisce, fino a perdersi fra i muri della vergogna e del disagio. A festeggiare nel silenzio sarà l'Uruguay. Nessun tifoso.

L'OLIMPIADE DEL 1952. Quel Mondiale lo avrebbe potuto vincere l'Ungheria, se solo lo avesse giocato. Qualche giorno prima dell'inizio della competizione internazionale, la Nazionale magiara beffeggia la Polonia con un 5 a 2. E' l'inizio della storia. Si, perché da lì in poi saranno trentadue le partite dell'Ungheria che non conosceranno sconfitta. Tutte guidate da Puskas, il filo trainante della manovra di Sebes. Nel mezzo, c'è l'Olimpiade di Helsinki. Venti gol in appena cinque partite. Solo due subiti. Il trofeo consegnato già all'arrivo in aereoporto. L'Ungheria asfalta ogni record. Kosics vince il titolo marcatori con sei reti segnate. Era chiamato Testina d'oro, per via della sua abilità area. Ed era alto 1,77 cm. Poi c'è Il Colonnello, Puskas, sempre lui, la mezz'ala trasformata in centravanti. L'Europa comincia ad ammirarlo, a sognarlo. Il Real Madrid lo guarda, lo scruta e ci scommette sopra. Cambierà la storia dei blancos, insieme a Di Stefano. L'anno seguente c'è ancora quella Coppa Internazionale sempre vicina, lì ad un passo, ma sempre svanita dalle tenaci mani ungheresi. Questa volta no. Questa volta l'Ungheria trionfa, con dieci gol del Colonnello, sulla Cecoslovacchia e sul nemico pubblico austriaco. Ennesimo trionfo.

3-6, LA STORIA. L'Ungheria è come i tedeschi moderni. Non si ferma. Ha fame. E' assetata di vittorie, di domini. Umilia gli inglesi, i baroni del calcio. Quando Stanley Rous, presidente del calcio inglese e futuro numero uno della FIFA, invita spocchiosamente, e con un po' di superbia, i ragazzi ungarici al teatro dei sogni, Wembley, Sebes accetta non solo la sfida, ma anche il suo linciaggio. E se dovessimo perdere? Faccia bene attenzione! Così apostrofò Matyas Rakosi, segretario generale del partito comunista. Ecco che l'orgoglio nazionalista ungherese si risveglia dal suo torpore, come ai tempi estremisti di Horthy, forse nemmeno così lontani. D'altronde davanti c'è un muro: l'Home Record. L'Inghilterra non hai mai perso in casa contro squadre non britanniche. Non lo farà nemmeno questa volta, per tutti. Ma non per Sebes. Lo studio alla partita è maniacale, morboso. Quasi ossessionato. Sebes viaggia in Inghilterra, odora l'erba bagnata dello stadio, assapora già il trionfo. Ritorna in patria, allarga i campi d'allenamento, chiama almeno tre volte a settimana la sua squadra. 3-6 è storia. 3-6 è il risultato finale della partita. E se l'Inghilterra gioca in casa, è presto detto il vincitore. Ancora l'Ungheria. La superiorità era talmente evidente che l'anno seguente si giocò la rivincita, a Budapest. Ma questa volta Puskas ed Kosics esagerarono. 7-1.


IL MONDIALE DEL 1954. Poi qualcosa nei dentellati ingranaggi ungheresi si rompe. Si spezza come i cocci di uno specchio frantumato insanguinato dalla rabbia di un pugno chiuso. E' il Mondiale Svizzero del 1954. L'Ungheria deve vincere. Ci sarebbe ancora la Polonia sul cammino dell'Aranycsapat, la squadra d'oro, ma si ritira, e l'Ungheria si qualifica direttamente, senza passare per il turno eliminatorio. In realtà, la squadra di Sebes demolisce prima la Corea del Sud con nove reti, poi la Germania dell'Ovest, con un 8-3. Ma è qui che iniziano le difficoltà. Puskas viene travolto da Werner Liebrich, che lo infortuna seriamente. Zoppica Ferenc. Esce, sostituito. Fa fatica a camminare lui, fa fatica a vincere l'Ungheria. Passa alla storia il quarto di finale, contro il Brasile. La Battaglia di Berna. Scontro durissimo, gioco spezzettato di continuo. Botte. Kosics racconta: Puskas farà parte della squadra? Mi creda, è molto difficile per me, da quando lui non gioca. Tutti mi stanno addosso, tutti mi attaccano. Qualsiasi cosa io faccia, non riesco a liberarmi di tutti, potremmo marcare il doppio di reti se ci fosse Ferenc». Ne metterà a referto quattro. Al Brasile, ma anche all'Uruguay in semifinale, altra partita estremamente complicata.
In finale c'è ancora la Germania dell'Ovest. Puskas ritorna, dal primo minuto. Si riaccende la fiamma, la speranza. 6 minuti d'orologio, Ferenc segna. Poco dopo il 2 a 0. L'Ungheria pregusta la coppa. Il popolo sogna. Ma il lancinante dolore accompagna le potenti gambe dell'ungarico, che soffre, che svanisce, evapora. L'Ungheria si chiude dietro, incapace di ripartire. La Germania segna. Segna ancora. E ancora un'altra volta. 3 a 2. La rimonta. Il Miracolo di Berna. C'è un buio alone, però, che copre la finale svizzera. Risvolti mai chiariti. Quasi tutti i giocatori tedeschi si ammalarono poco dopo di epatite, alimentando i sospetti di doping, come se fosse l'unica possibilità di battere l'Aranycsapat. E' la fine di un'era. Il termine di quelle trentadue partite senza sconfitta, mai eguagliate.


LA FINE E LA RIVOLUZIONE. Questa sconfitta non segna solamente la caduta di un mito. L'Ungheria ricade nell'angoscia di un regime totalitario, mascherato comunista. Le pressioni dei vertici dello Stato intimidiscono, umiliano, demoliscono Sebes, dipinto come il traditore della patria. La sua casa verrà svaligiata dal popolo inferocito. Accanito e vendicativo. Aizzato dal Governo. Non a caso Grosics, eletto miglior portiere del Mondiale, racconta: In serata arrivarono le più alte cariche politiche. Rákosi fece un discorso, il secondo posto era un buon risultato, e poi disse: "Nessuno di voi deve preoccuparsi di essere punito per questa partita" . Sapevo che intendeva esattamente l'opposto. Sapevo che qualcosa di brutto sarebbe accaduto. Mi ero scontrato più volte con l'AVH, la polizia di Stato. Sentivo di avere paura. Avevo ragione. Aveva ragione, sì. Grosics verrà arrestato con l'accusa di tradimento e spionaggio.
Da quella partita, l'Ungheria non si riprese mai più. Sebes rimase sulla panchina giusto un paio d'anni, prima che scoppiasse l'ennesima violenta, atroce, cruenta rivoluzione civile, tritata dai carrarmati sovietici. E' il 1956. La fine dell'Aranycspat.







sabato 6 dicembre 2014

Parte 2: Il mito dell'Aranycsapat: la Grande Ungheria

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Denes Ginzery è stato un allenatore tanto sconosciuto, quanto storicamente importante. E' lui, infatti, ad essere nominato nuovo commissario tecnico della nazionale ungherese. E' il 1939. Giusto pochi mesi prima dell'esplosione della furia razziale hitleriana. E l'Ungheria gioca contro la Polonia. Ma è una Polonia ormai inaridita dalla propria debolezza. Politica, soprattutto. La pesante aria di invasione si respira, ormai, da tempo. Eppure vinceranno proprio i biancorossi, 1 a 0. La disfatta di Ginzery. Questa sarà l'ultima partita per lo Stato Cuscinetto fra la Germania Nazista e l'URSS Staliniana. Poi tutto si spegne. E tanti suoni, rimbombi, frastuoni, si sentono. Sono le bombe. E' iniziata la Seconda Guerra Mondiale.
Chiaramente Ginzery non sopravviverà a lungo sulla panchina magiara. Troppo altisonante l'umiliazione di fronte ad una squadra che mai era riuscita a battere i letterati del calcio. Ma d'altronde l'incredibile squadra di Sàrosì si era ormai sciolta. Dissolta. Smaterializzata nel sangue della guerra, che è troppo forte. Horthy perde consensi, uno dopo l'altro. La Germania comincia a soccombere davanti al proprio figlio, il Nazismo. E l'Ungheria diventerà il primo stato invaso dall'URSS. Ma non è la Guerra Mondiale, che è solamente una maschera, dietro la quale si cela una ben più profonda Guerra civile. L'amicizia fratricida. L'ossimoro. Il territorio ungarico verrà così liberato dalle forze sovietiche all'alba di una gelida mattinata di Febbraio, riscaldata solo dal sangue sparso fra i vicoli di Budapest.
C'è una città da ricostruire, ma il campionato riprende ugualmente. Forse solo perché il calcio riesce a far dimenticare tutto. O almeno per 90 minuti. La Nazionale ungherese, allora, riassembla tutti i pezzi del puzzle. Quattro anni per completarlo. Tanti. Ma tutto questo segna la nascita di un mito. L'Aranycsapat.



GUSZTAV SEBES. Quello che ha riassemblato i pezzi del puzzle è Gusztav Sebes, già presidente del Comitato Olimpico. Poco prima, però, in Ungheria era stata proclamata la Repubblica Popolare, che, di fatto, aveva sancito la sua entrata nel blocco filo-sovietico. L'Europa, infatti, dopo la caduta dei gerarchi estremisti, fu divisa con un ideale muro nero fra Ovest ed Est. Fra blocco filo-americano e blocco filo-sovietico. E' la Cortina di Ferro, che separa due mondi politici confliggenti. E poi non è un caso che Sebes amerà definire il proprio credo come calcio socialista, dove non c'è il più forte, il più importante, il più bravo. Tutti eguali. Tutti condividono le medesime responsabilità, in attacco e in difesa. E forse anche per questo l'idea di Sebes non è che un principio del calcio totale dell'Olanda di Cruijff.
Sebes è stato certamente un uomo rivoluzionario, moderno. Maniacale e scrupoloso. Ma guardava sempre al passato, tanto che si era calcisticamente innamorato di Hugo Meisl e del suo Wunderteam – che tanti dispiaceri aveva recato all'Ungheria anni prima – , ma soprattutto di Vittorio Pozzo, che, evidentemente, possiede una certa predilezione per il popolo ungherese. Basta poco per inquadrare il personaggio; L'allenatore può fare un lavoro efficace solo se il giocatore dispone di un 'intelligenza di gioco speciale. La capacità non è tutto e non serve a molto se non si accompagna all'esercizio, all'allenamento, a un corretto modo di comportarsi e di vivere. Un calciatore che non fa vita da sportivo può avere anche un titolo di studio, ma non potrà mai chiamarsi un giocatore intelligente – così disse in una delle sue silenziose interviste. E non è nemmeno un ossimoro, Sebes era così. Algido, ma non freddo.
All'epoca, in Ungheria, dominava una squadra: l'Honved. Talmente superiore a tutti, che per ben sei anni il Campionato cominciò e terminò alla prima giornata. E se poi il fato decide di sfornare e concentrare tutti i migliori talenti in un'unica squadra, questa non può che entrare nel mito. Nell'Olimpo del calcio. Sebes, infatti, costruì la sua Nazionale con calciatori proveniente solo dall'Honved. Più qualche altro giocatore di contorno. Non è più, però, come nel 1924 – quando Horthy impose politicamente le sue scelte – perché questa volta le selezioni le compie un allenatore. Intellettualmente eccelso E sono accettate da tutti. Ma c'è un problema. Ferenc Deak, il più forte centravanti d'area che l'Ungheria abbia mai conosciuto, abbandona la Nazionale. Fugge. Dissidi di politici. Il regime comunista comincia a stare stretto ai liberali cittadini ungheresi. Le prime ribellioni. I primi tumulti. E poi il tutto risfocerà nell'ennesima Guerra Civile, nel 1956.


PALOTAS E HIDEGKUTI. Nell'altra grande squadra del campionato, l'MTK Budapest, giocava Palotas, che fu convocato da Sebes. Non era un fenomeno, ma davanti ai pali raramente sbagliava. Uomo d'area. Piazzato. Forte di testa. Ma la sua vita è sfortunata. Tremendamente. Sebes non lo inquadra e gioca nello scacchiere titolare solo per una carenza di alternative. Ed è in queste situazioni di difficoltà che emerge il genio. Ma anche la creatività. Il bruto allenatore si sbarazza della punta centrale, per far spazio ad un'attaccante, adattato come tale, più di manovra, che di finalizzazione. E' il dualismo fra Palotas ed Hidegkuti, che giocava nell'MTK, ma come ala. In Nazionale c'è posto per un solo. E a cadere dalla torre sarà Palotas. Tra le sperdute memorie di Sebes, si racconta questo: Più volte l'avevo anche provato nella Nazionale, ma senza ottenere i risultati che speravo. Hidegkuti giocava magnificamente nella sua squadra di club come ala destra, era lui che dirigeva il gioco. In Nazionale, invece, ogni sua prestazione era nervosa, imprecisa. Che fosse un grande giocatore non potevo avere dubbi.
Ma, come detto, la vita di Palotas è sfortunata. Da lì, inizia una lenta regressione che lo porta ad abbandonare i campi da calcio a soli 30 anni. Perderà la vita a 37. Il cuore non regge.



IL MODULO A M. Quello che era nelle intenzioni di Gusztav Sebes era un doppio modulo a M. Le due ali che spingono, il centravanti che arretra quasi come un trequartista, e i due intermedi che si inseriscono. Tutto questo è fin troppo avveniristico. Radicale. Inattuabile. Non però se in squadra hai Puskas, Czibor e Kosics. Sono superflui i numeri. La leggenda fa tutto il resto. E lo stesso schema veniva applicato in difesa, con due terzini rocciosi e un libero, e due centrocampisti – uno più metodista, l'altro più dedito all'interdizione. In campo l'Ungheria viaggia splendidamente, inanellando vittorie su vittorie. Nel 1950 ci sono i Mondiali e l'Ungheria si candida fra le favorite. Ma laggiù, fra le lande magiare, il socialismo spezza le speranze di un popolo, ancorato alla vittoria della propria squadra. E' l'orgoglio della Nazione. Ma la povertà dilaga, i mercati popolari si svuotano, le monete d'oro non vengono nemmeno più prodotte. E la Nazionale Ungherese non può iscriversi al Mondiale.






FINE SECONDA PARTE