domenica 8 novembre 2015

QUANDO UN UOMO DISTRUGGE IL CALCIO

Io penso che scandalizzare sia un diritto, essere scandalizzati sia un piacere, e chi rifiuta il piacere d'esser scandalizzato, beh è un moralista, il cosiddetto moralista. E chi si scandalizza è sempre banale: ma, aggiungo, è anche sempre male informato. Pasolini, 31 Ottobre 1975. Un'era fa, praticamente. Un'era che paradossalmente è rimasta la stessa, tra cambiamenti nelle rughe di chi ci governa e il colore delle cravatte. Forse la pelle squamata delle poltrone, ma non ci giurerei. E l'ipocrisia mascherata da politica, beh quella no. Quella ancora cavalca l'onda di vent'anni fa, quando tutto pareva buono e poi buono non s'è dimostrato affatto. E quelli che c'erano vent'anni fa, ci sono anche oggi, avvinghiati a quella poltrona squamata che non mollano. Stesse facce, stessi discorsi, stesse false promesse. Del tipo: La parola d'ordine è una sola: lavorare con condivisione e dialogo, soprattutto con i cittadini, Franco Gabrielli, 2 Aprile 2015. Tre mesi più tardi alza i muri, chiude la bocca ai cittadini – perché in fondo i tifosi sono anche dei cittadini – e impone la sua legge. Il dialogo va a farsi fottere, la legge va rispettata, dice. Come se la legge fosse sinonimo sacro di giusto, quando vuol dire tutto tranne che giusto. Ciò che è legge, è permesso, certo. E' lecito. Ma non vuol dire affatto che quella legge sia pulita e trasparente. E poi t'accorgi che il moralista si scandalizza quando – sottotraccia – gli intimi che la legge sia sbagliata. Che quel provvedimento sia folle.
Si scandalizza.
Si nasconde dietro allo scandalo immorale. Che cosa sarebbe successo se ci fosse stato un morto in quella Curva? Si chiede. Vaglielo a spiegare ai soccoritori che, per barriere e infrastrutture del terzo mondo, non riescono a salvare quei tifosi che di infarto muoiono allo Stadio. Vaglielo a spiegare alla famiglia De Falchi, alla famiglia Sandri, o a quella di Furlan, ai figli di Raciti o a mamma e papà di Spagnolo, accoltellato da un 18enne che dopo una manciata d'anni era già fuori per l'indulto. Tutte vittime di un sistema marcio, disonesto con i tifosi, incapace di proteggere, che fa falle non in uno stadio, ma attorno. Lì, dove per davvero si radica l'anarchia. Lì, dove non puoi girare con una sciarpa della squadra avversaria. Lì, dove meno stai, meglio è. Perché finché si è dentro ad uno stadio si è sicuri, ed è semplicemente la storia a raccontarlo.
Poche cazzate, Gabrielli.
E capiamoci. La Curva non ha fatto nulla per salvare la propria posizione. I petardi – sapendo delle multe a cui la Società va incontro – vengono ugualmente lanciati tra i pompieri. I fumogeni, pure. I cori di merda come Lavali col fuoco o quelli che giocano sulla morte, vengono ugualmente gridati. Tanto poi paga la società. Paga quel Pallotta che in molti ripudiano. Denigrano. 'Je fa schifo. La Curva non è abbastanza tutelata, s'inventano. Eh grazie, direi. Vorrei vedere, cominciassero a tirar fuori loro i soldi per le multe.

E in fondo il calcio non è più sport, ma n'accozzaglia di idee politiche che come formiche divorano il suo nocciolo. Capissero. Il calcio non è di chi lo scrive, di chi lo gioca in campo, né di chi lo governa. Il calcio è di chi, ancora, je batte forte er core ad un gol, di chi c'ha un sussulto, di chi je pija n'infarto ad un rigore di Pjanic. E' della gente comune, ricca, povera, dei bambini, che chiedono ancora a papà perché che ci sta a fa quella barriera là in mezzo. Perché solo a noi. Chiedono perché sto derby non c'ha il sapore del vero derby, quello che un po' tutti i calciatori vorrebbero giocare almeno una volta. Il derby delle tensioni, delle unghie mangiate, delle vene sul collo, delle coreografie, dei bandieroni, dei ritratti, dei selfie.
Delle corse sotto la Sud.
Della finale di Coppa Italia, perché sì, là siamo morti e poi rinati, c'ha fatto capì che abbiamo scelto la strada giusta.
E se non ci sono nemmeno più i bambini che quando sentono il rumore di una palla su un campetto, si fermano a giocare, e se non ci sono più gli stadi pieni, e se non ci sono più le Domeniche in famiglia, una televisione davanti e le mogli che chiacchierano fregandosene del calcio, beh, che rimane?
Rimangono Gabrielli e le sue barriere d'un teatro senza attori, né spettatori.

Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l'unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro.

(Pasolini)

lunedì 14 settembre 2015

AMARCORD. 14 SETTEMBRE 1980, L'ESORDIO DI PAULO ROBERTO FALCAO


Su quel ramo di lago di Como, s'è annidato un 14 Settembre come tanti, quando ancora l'Autunno ormai era alle porte. Fu uno dei primi stranieri, quindici anni di embargo e frontiere chiuse caddero sotto i colpi degli scandali del calcioscommesse, mai nuovi, mai morti.
O' Falcao.
Con il numero 5 sulle spalle – che in Brasile sta per comando do jogo, come a dire che qui comando io –, l'esordio romanzato a Como, al Sinigaglia fra lo scetticismo di molti cronicamente delusi e di altri che già lo chiamavano gaucho, ovvero meno brasiliano che c'è. E infatti fisicamente pare più uno di quei tedeschi eleganti, slanciato, viso chiaro con qualche leggera lentiggine.
Però quei tifosi dissero il vero. Divenne non a caso l'Ottavo Re di Roma.
Storia nostra.
Storia di forestieri che non sono stranieri.
E mentre l'esordio passò un po' sottotraccia nei tifosi che ancora rimuginavano su Zico, la stampa, che mai amica è, lo esaltava. Il brasiliano ha giocato splendidamente, illuminando il gioco della Roma per l’entusiasmo dei numerosissimi sostenitori che affollavano pittorescamente la curva ovest dello stadio Sinigaglia. Senza dubbio il migliore in campo fra i ventidue. Fine palleggiatore, ha saputo districarsi a meraviglia nella ragnatela a centro campo che Marchioro aveva cercato di costruirgli attorno, L'Unità, 15 Settembre 1980.
Fine palleggiatore, sì. Si perché anche nel modo di giocare mostra poche affinità con la cultura carioca. Ama smistare il pallone sempre di prima, testa alta, raro il dribbling, pure di meno i colpi ad effetto. Contrasta come un difensore, la gamba non la toglie e rilancia come un fantasista. Giocatore a tutto campo.
Giocatore a tutto mondo.
Giocatore a tutta Roma.
E quel 14 Settembre la Roma vinse per 1-0 e sebbene la stagione non portò in saccoccia alcun trofeo, questo fu solo il preludio di una storia d'amore nata su quel ramo di lago di Como.

Paulo Roberto Falcao, numero 5. 

sabato 4 luglio 2015

ARRIVEDERCI, FEDERICO

Se n'è andato esattamente come è entrato. In silenzio, ma che non è indifferenza. Forse un paio d'anni fa, quando varcò il cancello di Trigoria per la prima volta, sì. Lì non entrò un calciatore. Non almeno uno dei tanti, facce note, facce che passano, facce che si dimenticano. Entrò invece un uomo, e da uomo se n'è uscito. Credo anche più maturo in un certo senso. Perché giocare a calcio è ciò che chiede, probabilmente nemmeno importa la categoria. Come chi a 41 anni torna in campo per un preliminare di Europa League, solo perché i figli possano vederlo giocare almeno una volta. Si vede che Balzaretti qualcosa da Tommasi l'ha preso, perché i lunghi infortuni non sono gli unici incroci di due giocatori talmente differenti da essere uguali. E Balzaretti vuole giocare. Ancora un po'. Ancora un'ultima stagione. Alla Roma ha regalato una gamba; e la Roma gli ha regalato l'ultima partita, tra i cori e un viso bordò d'agitazione. L'applauso e i novanta minuti in campo. La corsa che è metafora di una storia, vittima di ricadute, vittima di dottori, padrona di una speranza mai realmente persa. E la speranza, in quell'anno e mezzo, aveva tre volti, poi diventati quattro, come i suoi figli.
Papà, perché non giochi?
Papà non può giocare.
Papà, perché non sei in campo?
Papà non può essere in campo.
Non ce la fa. Quel gol liberatorio alla Lazio pare così lontano, infondo l'ha rimessa lui la chiesa al centro del villaggio. E l'abbraccio della Sud, il pianto fragile di un uomo, i capelli sciolti ed un'esultanza piena di rabbia. Il pomeriggio romano, giallo e rosso. Questo rimane. E a volte si ha la sensazione che un calciatore sia una macchina. Fredda. Calcolatrice. Perfetta e che non possa commettere un'errore. Ma quell'immagine rossa di Balzaretti rende il tutto un po' più umano. Un po' più sentimentale. Un po' più malinconico per un calcio sempre più avaro di valori.

Da Sassuolo – l'ultima vera partita, Novembre 2013 – a Palermo, alla sua Palermo, città che l'ha amato e che ha amato, sua moglie la conobbe qui. Mesi di lavoro, di ripetute, di palestra. Di fisioterapia. Di riposo, perché il dolore si rifà vivo, è la costante di quest'ultima parte di carriera. Forse è una pubalgia. Forse no. Per un anno abbondante, nessun dottore centra la diagnosi. S'allena ma non sa se torna. S'allena ed è frustrante. Ma Balzaretti non molla. Vuole giocare. Ed è come se dicessi Fanculo agli infortuni, io torno. Perché è così che va, nel calcio – come in qualsiasi altra attività o professione lavorativa – esistono due tipi di persone. Quelli che s'abbandonano a sé stessi, alle cazzate che il cervello si racconta per ottenere il minimo indispensabile. E quelli che convivono con le difficoltà, trovano l'onda perfetta. E mentre i giornali nemmeno più lo consideravano un giocatore della Roma, Balzaretti l'ha trovata quell'onda, ed è tornato a giocare. Come voleva. Come ha sempre desiderato. Per sé stesso e per i suoi figli. Per essere un buon esempio. Per poter rispondere Si, oggi ho giocato. Ma solo ai suoi figli, perché i grandi uomini sono sempre i più silenziosi.
Giocare nella Roma è un'onore. Sempre. Ma giocare per la Roma è un vanto che pochi si possono permettere. E lui, Federico, è fra questi.    

mercoledì 24 giugno 2015

IL CALCIO DEGLI IMBROGLIONI

L'Italia è uno di quei paesi che non impara mai dai propri errori. E' l'Italia delle parole. L'Italia dei vaneggiamenti. L'Italia delle condanne. Persino l'Italia delle censure, delle interviste con finti sorrisi in televisione e una mafia economica che vuole sempre di più. E il calcio infondo, è solo un lucido riflesso della società in cui vivacchiamo. Sicuramente capitalista, ma ancor più ossessionata dall'inganno. In questo mondo, non vince chi è onesto, ma chi inganna di più. Tipo, non rubare, per avere successo è molto meglio truffare. E le scommesse, le partite comprate, le intercettazioni, chi le compra, ma anche chi le vende. Chi si vende. Che probabilmente è pure peggio, non c'è più dignità. Non c'è alcuna morale in un Paese che di morali ne racconta ogni giorno, come fosse un vanto. Ma non lo è, perché poi tutte queste etiche vanno a farsi fottere in un bagno di banconote. Chi è stato condannato, è ancora là, tra i salotti sportivi o addirittura in campo. A giocare. A vendersi l'anima. A parlare.
Dove sta la giustizia?
Dove sta quel calcio pulito che ad ogni scandalo si spera di avere? Come se fare qualcosa, cambiare, spendersi in prima persona, fosse pura utopia. No, a sentire chi governa, qui bisogna solo sperare. Al massimo promettono di rivoluzionare. Giurano, a volte. Ma i ragazzi si imbrogliano con i dadi, gli uomini con i giuramenti, Plutarco. Guardiamoci in faccia, stiamo parlando di un sistema marcio. Corrotto. Perverso. Il calcio è cementato da primi ministri, Arancia Meccanica. E l'Italia è ancora in quella fase in cui si scandalizza, ma il tempo è scaduto.

Il tempo è scaduto, sì. Per noi, però. Perché ogni disonestà finisce per essere insabbiata. Di Iodice e Lotito non ne parla più nessuno. Di Blatter che ha deciso di ritirare le dimissioni, nemmeno. Della Lega Pro completamente preda dell'assenteismo della FIGC, è inutile pure spenderci parole. Tanto lì il calcioscommesse garantisce un giro economico più alto degli stipendi a fine mese. Perché tutti sanno, nessuno agisce. Nessuno vuole agire, gli interessi personali prevalgono sempre. Silenzio. Ognuno ormai fa ciò che gli pare, nei modi che desidera, e s'arricchisce quanto crede. Dici: è un disonesto quest'uomo. Poi però t'accorgi che il vero imbroglione è colui che conosce con precisione fino a che punto si possa imbrogliare per mantenere la stima ed essere considerati uomini rispettabili. 5 partite. E Pulvirenti, con il suo Catania, fa parte di questa mafia. Perché questa è. E ci potrebbero pure rientrati tutti quelli che spendono ore davanti ad una telecamera in cerca del consenso popolare, quando poi, nei fatti, sono i primi a rimanere passivi. Tavecchio che ingenuamente – altro non mi viene da pensare – tiene a ribadire “ Ci eravamo resi conto della situazione “, beh chiude il cerchio di un calcio italiano in cui i troppi soldi non bastano mai, la troppa popolarità non basta mai, il troppo potere non basta mai. Tutto non basta mai.


martedì 16 giugno 2015

L'ECOMOSTRO DI LORENZO DE CICCO


Tor di Valle non è una cittadella dello sport. Non è la casa del nuovo stadio della Roma. Non è nemmeno il riflesso di tre grattacieli newyorkesi. Perché ci cammini sopra e ti ritrovi solamente una selvosa distesa di rifiuti, l'odore dà il voltastomaco e il quartiere è abbandonato al tempo. E alle persone, incuranti, menefreghiste, vagamente snob. Beh, non è roba nostra, dicono i genitori affacciati alle finestre. L'Ippodromo di Crevalcore, Silver Horn, Icaro IV, ansima con la polvere che si solleva a spanne, cade a pezzi, i vetri rotti e Febbre da Cavallo che rimane semplicemente un film. Ma nessuno ha mai detto alcunché. Chissene frega, no Lorenzo de Cicco? Voglio dire, pare una discarica. Di scarti, spazzatura, avanzi della cena della sera prima. Tutto vero, ma in realtà è una discarica di indecenza umana, raccontata a parole da chi con queste parole ci mangiava sopra. E ora non ci mangia più. Perché la Tor di Valle attuale non è un vanto di Roma, s'è incupita in una ricchezza in cui sguazzava e in cui ora annega. Ambisce ad una riqualificazione vecchio stile, che presto o tardi ricadrebbe nell'indifferenza lasciata sul ciglio del marciapiede. Italiani e stranieri, tutti uguali. Perché fra dieci anni, senza un intervento commerciale, vasto, che dia un'impronta economica al quartiere, i figli di quei genitori continuerebbero a dire Beh, non è roba nostra. E quindi sì, tutte quelle cubature sono essenziali per mantenere in vita un senso di civiltà ormai perso tra le morali cattoliche dei giornali. Ma tant'è, a Lorenzo de Cicco non importa del degrado che si respira fra le strade rotte di Tor di Valle. Semplicemente perché non vive lì.
De Cicco poi, insiste sugli espropri di qualche terreno, non considerando però che l'esproprio, se presente un'interesse pubblico, è un diritto dello Stato – o della Regione –, e non un diritto del cittadino, e dove l'indennizzo fa da controparte. E l'interesse pubblico è stato approvato dal Comune, poi toccherà alla Regione, ma forse De Cicco cerca più di conquistare la folla con dolci parole che raccontare la Verità.

Pare che a nessuno interessi realmente dei quasi tremila posti di lavoro che verranno rilasciati durante i due anni e mezzo di cantiere. Giustamente, la folla grida, sbraita per lavorare, ma l'Italia con i suoi quotidiani conduce una politica anti-lavorativa. Mascherandola per speculazione, quando invece i giornali sono i primi a speculare per un pugno di copie vendute in più. E pare che un traffico di circa tremila persona possa mandare in tilt un flusso di lavoratori in una Città che ormai s'è abituata al caos. Tremila persone su due milioni di abitanti. De Cicco parla anche di venticinque mila operai e commercianti che abiteranno metro e treni, statali e superstrade, senza tenere a mente dei quasi 190 milioni di euro che verranno spesi proprio sul traffico, automobilistico e pedonale, pure ciclistico.
190 milioni, glielo ripeto.
Questo è mondo in cui prevalgono gli interessi personali, e c'è chi pensa che vivere tra i sacchi neri dell'immondizia e in una foresta di alberi probabilmente mai potati, sia più vantaggioso che alzare gli occhi e fiutare la novità. Fiutare migliaia di posti di lavoro. Fiutare gli stipendi che a fine mese mancano tremendamente. Fiutare l'opportunità in un Paese che di opportunità ne ha perse fin troppe. E in fondo la Verità va raccontata, non nascosta per una crociata personale da pochi quattrini.


lunedì 25 maggio 2015

LA MAFIA, FALCONE E LO STATO ITALIANO

L'Italia delle parole. L'Italia delle frasi fatte. L'Italia dei vaneggiamenti. L'Italia dei ministri. E dei presidenti, tutti uguali, tutti con l'oro in bocca che luccica. L'Italia di Luigi Cesaro, di Francantonio Genovese, di Vincenzo De Luca. D'altronde le sentenze, qui sono pagine stracciate da qualche romanzo di seconda mano. Non valgono niente. E come niente, da condannati o prescritti – che non è assoluzione – ancora rimangono avvinghiati a quel mondo politico tanto caro a loro. Come a dire che in questo Paese non ci sia nemmeno la voglia di riformare, di rinnovare, di rivoluzionare un sistema marcio. Corrotto. Perverso.
Probabilmente è proprio così, e di nomi e cognomi se ne trovano per mille pagine in quel romanzo.
L'Italia di Expo e della farsa degli appalti spartiti in mazzette. L'Italia di Mafia Capitale – voglio dire, almeno vent'anni per spazzare via ciò che già era nato con la banda della Magliana, e tutti sapevano –. E truffe nelle truffe, in un gioco cronicamente malato dove vince il più falso, mascherato nei comizi da un bene irreale.
E' la politica italiana, niente di più. 
Infondo questa è l'Italia delle condanne. L'Italia delle censure. L'Italia delle morali cattoliche. La stessa Italia che s'allaccia alla 'ndrangheta per due pugni di voti alle elezioni. E' un controsenso, certo. Ma tutta l'Italia, a cominciare dal Presidente del Consiglio, è un perpetuo controsenso. 

Sono davvero i giorni di Falcone e sua moglie Francesca Morvillo? Sono davvero i giorni di Rocco Dicilio, Antonio Montinaro e Vito Schifani? No, non lo sono. Perché loro rimarranno, nolenti o volenti, solamente le vittime di una palude di potere e controllo del potere. Dalla strage di Capaci a quella di Via d'Amelio, dal sangue di Bologna al dispotismo poliziesco nella scuola Diaz a Genova, l'Italia non ricorda eroi ma cadaveri sepolti sotto un cumulo di indifferenza e menefreghismo. La gente dimentica, i politici ci mangiano sopra. E la mafia forse non uccide più – o almeno non quanto negli anni '80 e '90 – ma chi pensa e afferma, tipo Mattarella, tipo Renzi, tipo tutti quei ministri che gongolano a palazzo, che da quel '92 è partita una cruenta lotta contro la mafia, beh mente. E mente sapendo di mentire. Non c'è mafia più grande di questa. Perché questa è l'Italia delle parole, delle lodi a sé stessa, tipicamente narcisista. Questa è l'Italia che getta al vento discorsi stampati a memoria ma che scompaiono nella propria retorica.

Oggi tocca a Falcone. Domani a Borsellino. E dopodomani lo Stato fuggirà nuovamente dietro la sua maschera.  

venerdì 8 maggio 2015

QUANDO L'INDECENZA DIVENTA ORGOGLIO

E' lo scherzo che dura poco, è lo scherzo che poi tanto scherzo nemmeno è. L'Uefa, equivalente di una lobby corrotta dal Dio Denaro, come se le debacle arbitrali non fossero già sufficienti per un mondo cronicamente malato, infermo. Cieco. Tipo Moen in Napoli – Dnipro, tipo Ovrebo, tipo Hansson in Arsenal – Porto 2010, tipo i milleduecento lavoratori morti nei cantieri qatarioti in vista del Mondiale. Non è Uefa, ma la sostanza non cambia. E tutto muore in una censura che farebbe impallidire persino la Cina di Mao.
L'Uefa, che ciclicamente ristagna in un vortice di polemiche, discussioni, scandali.
Come oggi, 8 Maggio 2015. L'Olanda – sì, quella di Rotterdam – potrà schierare nella prossima edizione dell'Europa League una squadra in più oltre a quelle già qualificate, assieme ad Inghilterra ed Irlanda. Per Fair Play, dicono a Nyon. Lo stesso Fair Play della Barcaccia, sgretolata come sabbia dalla rabbia gelosa. La stessa indifferenza mostrata dal volto annoiato di Platini, perché infondo gli otto milioni di danni li pagheranno gli italiani. E solo loro. Tutti gli altri, se ne fregano.
Criticano.
Inveiscono.
Rimproverano.
Ma poi, voltano le spalle, attendendo una nuova vergogna. E tutto ricomincerà, è un circolo vizioso.
Il calcio ormai non è più calcio, la banana di gomma rivolta a Gervinho ancora rimbalza tra l'ignoranza e lo schifo del Feijenoord Stadion. A quanto pare, tre turni di squalifica del campo non bastano per uccidere la prepotenza di chi decide, di chi ordina, di chi smuove miliardi di euro. I soldi non sono niente, eppure sono tutto.
Quello che è successo a Nyon, pare una beffa; probabilmente non lo è. Ma solo un'ingiustizia verso chi questo sport, che inevitabilmente diventa cultura, lo ama. Cioè i tifosi. Cioè tutti coloro che gremiscono ogni Domenica uno stadio. Lo colorano. Lo riempiono di foga e grida. Ci ipotecano mezza vita dentro, e poi vedi questo scempio dell'Uefa. Non è l'Olanda il problema, anche l'Inghilterra piazzerà un'ottava squadra nella competizione europea. I vetri rotti dai tifosi del Tottenham – sempre a Roma – e gli scontri a Lille fra la polizia e gli ultras dell'Everton, evidentemente non feriscono.
Niente.
Apatia.
L'Italia non sarà l'esempio migliore, ma negli ultimi due anni ha portato rispetto a tutto e a tutti in campo internazionale. Eppure è dietro ad Olanda ed Inghilterra. Perché l'Uefa non paga i danni a Roma? Perché l'Uefa premia chi si rende colpevole? Perché l'Uefa prima condanna aspramente, poi si rintana nella sua Torre Eburnea e chiude gli occhi?

Perché infondo già quarantaquattro anni fa, Kubrik lo mise in scena: è la supremazia del Dio Denaro.   

mercoledì 6 maggio 2015

RADJA NAINGGOLAN, L'INDONESIA E I FANTASMI DEL PASSATO

Sono le 7:00 di mattina, ti guardi allo specchio e non vedi il tuo riflesso. Perché sai che l'Indonesia e quella filosofia mistica orientale fa parte di te, della tua carne, dei tuoi pensieri che rigurgitano nel sonno. Sai che tra quel ponte fra l'Australia e l'Asia indiana, saresti un Re, perché l'Indonesia mai più vedrà un suo Rajà azzannare così famelicamente i teatri d'Europa, l'Etihad Stadium e il filtrante per Totti. Ma sai anche che, guardando dritto negli occhi tua madre, le menzogne non le sai raccontare, e per venticinque anni scappi dai fantasmi delle tue origini. O delle tue paure, il confine è sottile. Friabile. E si spezza con una porta sbattuta da tuo padre nel cuore della notte.
Tuo padre, che se ne va.
Tuo padre, che non farà più ritorno, mentre le cornette che tanto desideri non squillano e i soldi per campare mancano tremendamente. E non capisci il perché, i pianti e le grida soffocano un'inquietudine interiore che fatica a svanire. Papà non c'è.
Perché non c'è.
Sono domande che un bambino si ripete notte e giorno, e una madre, che una risposta la da sempre, non sa dare una spiegazione.
Probabilmente è proprio qui che Radja diventa Rajà, diventa Re. Re di casa, ragazzo di strada maturato in una manciata d'anni, e l'assenza di un padre è un vuoto che solo un pallone, nella periferia di Anversa, riesce a colmare. E Nainggolan cresce così, si fa uomo e diventa il calciatore che è oggi: la testa perennemente alta e il petto gonfio, le caviglie piantate tra le zolle d'erba e il fiato che non si rompe mai. Caparbio, ribelle. Tenace. D'altronde, è la scorza dura di un soldato, abituato ai crolli che il domani, prima o poi, riserva a tutti noi.

RAIN MAN E VIAGGI. Calcisticamente muove i primi passi nelle giovanili del Tubantia Borgerhout, squadra di un circostanziato sobborgo povero di Anversa, che però è essenziale, ricco. Perché qui c'è il vero riflesso allo specchio di Nainggolan, cioè Riana, sua sorella gemella. Giocano assieme, si divertono assieme. E quando un padre non torna a casa per cena, il fratello gemello è quell'ancora sprofondata nell'oceano a cui t'aggrappi, tipo Rain Man quando Charlie rifiuta qualsiasi assegno per vivere e viversi il fratello autistico.
A 12 anni, Radja si trasferisce al Beershot, formazione militante nella prima divisione belga. Ma è nel 2005 che qualcosa nel destino di Nainggolan, cambia. Muta. Si trasforma. Il procuratore sportivo Alessandro Beltrami rimane incantato dalla grinta feroce che quegli occhi allungati sulle tempie, diffondono. Ne cura il passaggio al Piacenza, in Serie B, dove, dopo una prima stagione passata più in Primavera, si conquista facilmente una maglia da titolare. E il centrocampo. E la Serie B.
E il Cagliari.

Ma l'isola sarda è un mondo profondamente differente, complicato, logorante per chi ancora non ha compiuto vent'anni. Lottare e sputare sangue ogni anno per non retrocedere, è snervante. E l'irruenza e la prepotenza dei suoi quadricipiti rischiano di minare le certezze, il futuro. Tutto. Da Gennaio a Giungo, giocherà solamente sette partite, segno di un rapporto mai realmente fiorito con Massimiliano Allegri. Finirà persino fuori rosa, dimenticato come le storie malinconiche di molti giovani calciatori che il calciatore non lo faranno mai. Si, perché quando Bisoli, nella stagione seguente, prende in mano le redini della squadra, Nainggolan è pronto a viaggiare nuovamente, è questione di DNA, c'è chi è più geneticamente portato di altri. Nainggolan è fra questi. Ma ancora non sa che la Sardegna diventerà la sua terra adottiva.

L'AMORE DI CAGLIARI E IL 2013. Qui Radja scova tutto. La fama. Un terzo fratello, Pinilla, con cui oggi condivide due carte tatuate che ricalcano i loro numeri sulla maglia. L'amore e la famiglia, in tutte le loro sfumature più colorate. L'amore di Claudia e l'affetto cronico, indelebile dei tifosi cagliaritani, realmente innamorati del loro Rajà. E poi sua figlia, Aysha, con quel nome che ricorda spontaneamente l'Indonesia, che in realtà non se n'è mai andata da quello specchio delle 7:00 di mattina. Come nel 2013, quando per la prima volta Nainggolan, forte del suo DNA, viaggia per oltre diecimila chilometri e torna a casa.
E' vero, papà non c'è più, il suo volto si confonde nella folla ramificata tra le strade caotiche di Giacarta, ma non importa. Non serve un padre, per sentir dentro una città, una cultura, una casa. E questo, Nainggolan, venticinque anni dopo, lo ha finalmente compreso.

C'è chi nasce per star seduto sulla riva di un fiume, c'è chi viene colpito dal fulmine, c'è chi ha orecchio per la musica, c'è chi è arista, c'è chi nuota, c'è chi è esperto di bottoni, c'è chi conosce Shakespeare, c'è chi nasce madre, c'è chi danza. E c'è chi nasce uomo, lotta, combatte, si sacrifica e diventa Rajà.



lunedì 4 maggio 2015

L'EREDITA' DIMENTICATA DEL GRANDE TORINO

Quello che è stato il Grande Torino rimarrà inevitabilmente scolpito nelle ossa e nei ricordi di chi in quell'epoca povera ed ingrata, ha sputato sangue e sofferto con cicatrici incise a bruciapelo. Perché l'Italia di allora era un paese malandato, spuntato, territorialmente spoglio. Avaro di aromi, di profumi, di colori.
Di tutto.
La Seconda Guerra Mondiale ha disintegrato ogni realtà, persino quella più orgogliosamente patriottica. Storia di italiani che ammazzano italiani, partigiani e fascisti che cadono a terra con delle pallottole fratricide conficcate nel petto bordò. E' inutile nascondersi dietro ad un dito, è il nostro personale e cupo passato, che nessuno può scordare. E bambini che diventano nonni, che ti stringono le mani e ti raccontano la loro vita tre, quattro, cinque volte. E ogni volta è come se non l'avessi mai sentita. Probabilmente è così, c'è sempre un nuovo disegno dietro ai loro ricordi masticati dal tempo.
In fondo, se li ascolti, c'è tanta incertezza nei loro monologhi, è un paradosso che funziona perfettamente. Ma proprio nell'incertezza di un domani demolito dalle mitragliette e dai Dakota sorvolanti nei cieli, c'era chi vedeva nel Grande Torino una flebile speranza a cui aggrapparsi per dimenticare anche solo per un breve istante un dolore che non può essere narrato su un pezzo di carta. Come Oreste Bolmida, un comune ferroviere nella vita quotidiana, ma pioniere del quarto d'ora granata allo stadio Filadelfia. Si, perché quando fischiettava nella tromba tre squilli, Valentino Mazzola si rimboccava le maniche della maglia, che in realtà maglia non era se non una cozzaglia di lana arruffata. E da lì in poi, chi non s'alzava in piedi sugli spalti, poteva anche tornarsene a casa, perché quei quindici minuti ricordavano ad ogni italiano d'esser fiero ed orgoglioso della propria terra e di sé stessi, nonostante le incessanti umiliazioni politiche.
Il Grande Torino non nasce nel 1946, cioè quando riparte il campionato di Serie A a girone unico. E nemmeno negli anni '40, dove perde diversi Scudetti solo perché il Nord era bombardato notte e giorno, e perché tanti calciatori prestarono leva all'esercito, senza mai più riassaporare l'incenso di casa. No, il Grande Torino nasce con la Guerra. Nasce probabilmente fra i carri armati ad Auschwitz e la rivoltella di Hitler, fra il movimento partigiano e il cappio al collo a Mussolini. Ecco, è proprio qui che il popolo italiano ricerca incessantemente quel senso di fratellanza, di società, di collettività che durante il Secolo Breve non ha mai di fatto vissuto. Perché l'Italia era unita solo all'apparenza, poi la maschera cadde e si celarono dietro imbrogli elettorali e violenze, assassini politici e soprusi. Botte su botte e lividi neri sui volti tumefatti dei cadaveri gettati a terra, o in campagna. E quando l'unica libertà ammessa era quella di sopravvivere – e non di vivere – , il Grande Torino diventava allora l'epicentro di un mondo a sé, dove il calcio si mescolava con la cruda e invivibile realtà, offrendo però quindici minuti di dignità pubblica.

Che cos'è tutto questo allora, se non un'altra epoca, un altro calcio, più comune, coinvolgente, abbracciato anche da chi con questo sport poco nulla c'azzeccava. Perché in fondo tutti tifavano un po' Torino. Pure il Sud – sì quella landa arida economicamente, dialettale, in costante contrasto con le grandi fabbriche del Nord –. Pare un controsenso, eppure era questa la forza del Grande Torino: accomunare tutti. E laggiù, dove si faticava ad acquistare anche un pezzetto di pane vecchio, ci si innamorò del Grande Torino grazie ai giornali gettati sui marciapiedi come fosse spazzatura. Ma non lo era, perché a volte le grandi imprese non si possono guardare con i propri occhi, ma solamente leggere. Comprendere. E ricordare, qui dentro alla testa.
Ricordare.


Ecco, se c'è qualcosa che è stato realmente dimenticato, questo è proprio il ricordo del Grande Torino. Non delle gesta, non dei risultati, non delle statistiche. E nemmeno degli uomini che indossavano quei felponi in lana grezza. No, ciò che è stato veramente dimenticato è quello che era, in fondo, il Grande Torino. Ciò che è stato per l'Italia di quell'epoca faticosa. Asmatica. Vissuta a singhiozzi. Oggi viviamo in un'epoca calcistica sciolta nella tortura verbale. Dissolta in ingiustizie che non fanno altro che alimentare un odio, che altrimenti non si radicherebbe nemmeno nelle vene di chi va allo stadio. Corroso nelle parole vaneggiate davanti alle telecamere. E' questa l'eredità sepolta sotto le lamiere ancora in fiamme di Superga: quel senso di appartenenza ad un mondo calcistico che ormai non ci appartiene più.

mercoledì 29 aprile 2015

IL SILENZIO DEI COLPEVOLI

Ti svegli ancora qualche volta, vero? Ti svegli al buio e senti il grido di quelli innocenti?
Jodie Foster, nell'interpretazione dell'eroina socratica Clarisse, racconta al dottor Lecter di quanto fosse rimasta traumatizzata dalla macellazione di innocenti agnelli destinati alle bocche affamate di famiglie riunite col sorriso a tavola. Agnelli che scappano. Agnelli che belano. Agnelli che gridano confusi. Il Ranch, la stalla, che da dimora si trasforma in cimitero, in lapide, in un'epigrafe. Poi in quel prato nessuno più mormorerà nel cuore della notte e il silenzio degli innocenti calerà negli occhi lucidi di Jodie Foster.
Non ne ho salvato nemmeno uno, ripeterà.
26 Aprile, Stadio Olimpico di Torino. Ore 23. Il nulla, il sonno, la perdita di contatto. Si, perché l'Italia, che in fondo non è poi così differente da quel Ranch nel Montana, si specchia nella propria retorica. E tutti amano discutere. Interviste e condanne, censure e abiette deplorazioni moralistiche. Questa è l'Italia da salotto, da chiacchiere, come se qualunque problema si sciogliesse come neve al sole. Raciti e Sandri hanno perso la vita otto anni fa. Genoa – Milan, l'accoltellamento di Spagnolo, vent'anni fa. De Falchi, ventisei anni fa. Furlan, tifoso triestino, morì trentuno anni fa in seguito a gravi lesioni celebrali causate dai manganelli sporchi di sangue viziato della polizia.
Tutte vittime. Tutte carni da macello per il mattatoio.
Tutti agnelli.
E l'immagine istantanea di questa Domenica dall'odore acre di polvere da sparo, non è nemmeno una di queste. Ma il coma di Antonino Currò, Messina – Catania e il derby dei fuochi. Quelli veri. Quelli che scoppiano nel volto di innocenti e cancellano in mezzo secondo una famiglia. Era il 2001, ad uccidere Currò fu una bomba carta lanciata dal settore ospiti. Il mondo gridò rabbiosamente alla rivolta, ma tutti chiusero gli occhi.
E videro nero.
Nero come Ossi di Seppia, quando il corpo inerme del mollusco galleggia tra le onde del mare, trascinato come inutile maceria alla riva. Alla deriva. L'Italia del pallone ricalca pienamente questo disegno, perché abbandonata ai problemi che si risolveranno sempre domani. E' un turbine, un circolo vizioso, senza né capo, né coda.
Sono passati quattordici anni da quel Messina – Catania e l'Italia ancora ama dibattere su una poltrona, sotto i riflettori, con un microfono in mano e tanta morale da sperperare in monologhi che di concreto non c'azzeccano nulla. Perché nulla è effettivamente cambiato. Quanti De Falchi ancora moriranno? Quanti Currò ancora perderanno la vita? Per quanto ancora quel Ranch da 40mila, 50mila tifosi, sarà il mattatoio di innocenti?
Non c'è nessun silenzio degli innocenti in Italia, o meglio il silenzio sì. Perché le parole non sono più parole, ma un lento declino verso morte certa. E nemmeno il calcio ne ha salvato uno.

Colpevoli.

sabato 25 aprile 2015

INTER, ROMA E LO STADIO BENTEGODI


Inter – Roma rimanda inevitabilmente a quella faida interiore che ciascun romanista ha assaggiato melanconicamente. Quello che poteva essere e che non è mai stato. Stadio Bentegodi, Chievo, il rosso porpora dei fumogeni che sfuma laddove le parole non trovano luogo, non trovano quiete. Ma solo rimorsi, e lì feriscono come spine di rose.
Siamo stati Campioni d'Italia per quarantacinque minuti. E per altri quarantacinque minuti le cuffie delle radioline tascabili mettevano angoscia ad ogni cuore strozzato in gola. Papà che si lancia contro le ringhiere al gol di Vucinic, io che nervosamente mi sradico le unghie dei pollici alla rete di Daniele. Forse è la volta buona, dico a papà.
Papà ha gli occhi lucidi.
Non risponde.
Perché no, non sarà la volta buona. Né in quella Domenica torrida e secca, né oggi, dove la latta di ogni trofeo s'è sciolta nei fantasmi dei tifosi già in festa al Circo Massimo. Quarantacinque minuti possono essere un'eternità, ma anche svanire nel lampo di un tabellone illuminato. Milito. In quel momento capisci che la Roma non vincerà più lo Scudetto, perché allora continuare a sgolarsi con cori d'amore? Perché siamo romanisti. Perché abbiamo riempito Bari e Verona, i poli contrapposti del nostro epicentro. E perché il nevrotico patimento e la sofferenza ci hanno arrogato come il loro vanto.
In fondo la Roma che vince è un matrimonio che non s'ha da fare, per mille motivi. E mille ancora. Perché in quell'epoca lontana e calcisticamente miope, la Roma non hai mai lottato contro una sola squadra. Ma contro un'istituzione. Una lega. Un gregge di uomini in giacca e cravatta che ti guardava ai piedi di un letto d'ospedale, Arancia Meccanica. La dinamica è la stessa: tu cadi e gli altri vincono. Con la sola differenza che la cura Ludovico non ammazza noi tifosi romanisti, ma tutti gli altri che rimangono in silenzio.
Oppure perché mosciamente la Roma si perde nello spettro di sé stessa, cozzando con qualunque tipo di difficoltà, di disagio, di crisi. E' la Roma di oggi e di ieri, a cui manca perennemente quel guizzo, quella festa. E di Inter – Roma, rimarrà una sola fotografia: l'applauso malinconico delle ore 17 allo stadio Bentegodi.



martedì 21 aprile 2015

IL MALINCONICO COMPLEANNO DI ROMA

Roma è di chi la ama, e in fondo in tanti hanno amato Roma come nessun'altra donna. Lettere, poesie, centinaia di fotografie, memorie istantanee, tutto si confonde in un compleanno che non è più Storia, perché semplicemente va oltre. La trascende. La favola di Pasolini e le poesie dialettali di Trilussa, il complicato dopoguerra raccontato da Elsa Morante e le melodie versatili di Ennio Morricone. Roma è Arte, vive e si alimenta con l'eccentricità di uomini e donne che non moriranno mai. Loro sì che sopravviveranno in eterno, ma Roma un po' meno. Perché quel profumo un po' antiquato, un po' tradizionale che si respira tra i marmi e i tufi invecchiati di duemila anni, ormai si perde in un'epoca gretta, superficiale, vagamente snob.
E' l'indifferenza assunta come mantra religioso.
Vero, oggi Roma festeggia, sì ma cosa? Quella storia d'amore viscerale ed autentica che i romani sperimentarono passionalmente con Roma solamente un secolo scorso, rimane solo un ricordo lontano, sbiadito. Dimenticata da molti, a volte maltrattata, in un vortice di approssimazione tipica del mondo moderno. E accade allora che Chiese e giardini, teatri e dipinti su tela siano imbrattati dall'ignoranza che dilaga come un vanto, mentre l'ideale, l'arte che solamente questa Città sa offrire, venga sepolta sotto un cumulo di polvere, e lì abbandonata.
Come Teatro Marcello, l'ossimoro del teatro romano ammirato da tutti tranne che dai romani. Come lo scempio di Tor Vergata, arresa agli occhi ciechi di chi questa città la governa. E' tutto un paradosso, pure questo Natale di Roma che dovrebbe voltarsi e guardare il passato, ma che se ne frega e non lo fa.
Roma non è più una città aperta, e Rossellini si deve rassegnare. In pochi lottano per qualcosa di fondato, valido, vero. Qualcosa che rimane qui dentro alla testa, rimuginando fra mille pensieri contrastanti. Ieri era la resistenza partigiana, oggi quel senso d'unione non c'è più, e Roma cade a pezzi. Non c'è più cura, né precisione, tutto si sfascia nel menefreghismo. E d'altronde la Barcaccia non si è sgretolata quando la gentaglia del Nord è scesa in città. No, la Barcaccia si è sgretolata nell'indifferenza di chi ha permesso questo imbarbarimento. E fa male vedere la fortuna di Roma essere così malamente lapidata.


Fatelo. Prendete per mano vostro figlio o vostro nipote, magari proprio oggi, e visitate qualche Chiesetta nascosta tra un angolo e l'altro. Non per la fede o per la religione, ma per quello che ci sta dentro. E quello che ci sta dentro non sono i quadri o colonne corinzie, ma i sorrisi stupiti di chi tenete per mano. Ecco, è questo il reale Natale di Roma: stupirsi ancora della Grande Bellezza che deborda da ogni ansa del Tevere. In fondo la genuinità di un bambino dovrebbe radicarsi anche nelle scorze dure degli adulti, perché un bambino si prenderebbe cura di ciò che ha, di ciò che ama. L'adulto no. E quando Roma potrà gridare al mondo d'essere una città amata, allora l'orgoglio italiano si risveglierà un po' di più. E Tanti Auguri potranno essere finalmente cantati da tutti noi. Perché Roma è di chi la ama, ma oggi in pochi la amano veramente.  

sabato 11 aprile 2015

TORINO - ROMA: CRONACA DI UN CALCIO CHE ERA E CHE NON E' PIU'


E' un peccato non aver vissuto quel pezzo di Storia calcistica che inevitabilmente ha scolpito le ossa e i ricordi del complicato dopo Guerra. Povero ed ingrato. Ma nell'incertezza di un domani demolito dalle mitragliette e dai Dakota sorvolanti nei cieli, c'era chi vedeva nel Grande Torino una flebile speranza a cui aggrapparsi per dimenticare anche solo per un breve istante un dolore che non può essere raccontato su un pezzo di carta. Come Oreste Bolmida, un comune ferroviere nella vita quotidiana, ma pioniere del quarto d'ora granata allo stadio Filadelfia. Si, perché quando fischiettava nella tromba tre squilli, Valentino Mazzola si rimboccava le maniche della maglia, che in realtà maglia non era se non una cozzaglia di lana arruffata. E da lì in poi, chi non s'alzava in piedi sugli spalti, poteva anche tornarsene a casa, perché quei quindici minuti ricordavano ad ogni italiano d'esser fiero ed orgoglioso della propria terra e di sé stessi, nonostante le incessanti umiliazioni politiche.
Dico, perché tutto questo.
Perché tutto nasce in un Roma – Torino, 28 Aprile 1946. Prima dell'inevitabile sospensione del Campionato, nella stagione che parte dal 1941 e termina l'anno successivo, la Roma conquista il primo scudetto della sua storia. Ma è un tricolore anomalo, ambiguo, vagamente surreale: il Nord fu preso d'assalto dai bombardamenti e tanti e tanti calciatori prestarono leva nell'esercito che, per la maggior parte, non avrebbe più rivisto un campo da calcio. Alcuni si, ma in un campo di concentramento, altri nemmeno quello perché morirono con delle pallottole partigiane conficcate nel petto. E' inutile nascondersi dietro ad dito, è la nostra personale e controversa storia. Accade che la Juventus sprofondi, il Genoa pure e il Torino che in quegli anni stava perfezionando Il Sistema – sì, proprio quello di Gustav Sebes applicato all'altra squadra che merita l'appellativo di Grande, ossia l'Ungheria – cada fragorosamente. Una giornata di Sole. Pieno. Acceso. Radioso. Il Circo Massimo che s'azzuffa per la prima volta e i bandieroni giallorossi a spezzare la monotonia delle nuvole bianche, i sorrisi caldi del popolo reso soddisfatto per aver battuto quel Torino. 

Trascorrono quindi quattro anni fra un calcio giocato a singhiozzo e il cappio al collo a Mussolini, fra i carri armati sovietici ad Auschwitz e la rivoltella di Hitler. Il calcio riparte, e qua tutto prende forma.
Quindici minuti.
Sette a zero.
E' il 28 Aprile 1946, la Roma viene disintegrata in briciole.
Di cosa stiamo parlando, ditemi. Cos'è tutto ciò, se non storia di un altro gioco, di un'altra passione, probabilmente più comune, coinvolgente, a momenti quasi fraterna. Raggiante. Perché tutti in fondo tifavano un po' Torino. E oggi leggere e rivivere mentalmente quei ricordi sbiaditi da violenze solidamente mentali – oltre che fisiche – dà uno strano effetto. E' l'epoca del calcio sciolto nella tortura verbale. Dissolto in ingiustizie che non fanno altro che alimentare un odio, che altrimenti non si radicherebbe nemmeno nelle vene di chi va allo stadio. Corroso nelle parole vaneggiate da sorrisi finti davanti alle telecamere.

A volte il silenzio dovrebbe fare da ossigeno a chi parla ma non pensa alle conseguenze, da una parte e dall'altra, senza distinzioni. E se un domani cinquantamila persone stipate in uno stadio, avranno la forza di tifare insieme senza scadere in provocazioni inutili, allora il Grande Torino e quel calcio pulito, cameratesco, allegro, potrà sopravvivere alla morte. 

domenica 5 aprile 2015

ANTONELLA LEARDI, L'AVVOCATO PISANI E LA SECONDA MORTE DI CHARLIE HEBDO

Charlie Hebdo è già un ricordo lontano, dimenticato. O forse più che un ricordo, #JeSuisCharlie era solamente il capro espiatorio di una protesta che di rivoluzionario possedeva ben poco. Quasi nulla, perché nulla effettivamente è mutato. Capita allora che la libertà di pensiero cada sempre più nell'oblio della prepotenza verbale, in un circolo vizioso che fa della morale il proprio ossigeno. E tutto, ogni parola, ogni pensiero, ogni frase, deve essere focalizzato verso un unico punto uguale per chiunque. Questa è l'epoca in cui l'eterogeneità viene ammazzata da un branco di lupi affamato di notorietà e di prime pagine sui quotidiani. D'altronde è il mondo vergognoso del giornalismo da pochi quattrini, dove se voli t'abbattono. Dove se spacchi la morale cattolica, vieni crocifisso.
La morte non può essere raccontata su un pezzo di carta, ma nemmeno sbandierata a mezzo popolo quasi fosse una coccarda infilzata nel petto gonfio. Per ricordare, dicono alcuni. Lucro, dico io. E il libro e il film, e le interviste su ogni rete televisiva, gratuita o satellitare, e i sorrisi lanciati alle macchinette fotografiche. Chissà com'è che quel libro, Ciro vive, sia macchiato dal prezzo di copertina.
Soldi.
Lucro.
Guadagno.
Qualcosa non torna, evidentemente.
Il mondo è variopinto, cosmopolita, vagamente cangiante. E c'è chi reagisce ai drammi della vita in modo contrastante, irrazionale, chiudendosi nel guscio del silenzio e della sofferenza soffocata dai pianti. Tutto va giù in questi momenti. Però quello del silenzio non è il modello esatto, nessuno lo è. Ma c'è un limite imposto dal buon costume, dall'intelligenza di ciascun uomo, dall'educazione di base, e quando ciò viene oltrepassato, nessuno si può permettere di giudicare le proteste. Proteste non offensive. Proteste non ingiuriose. Proteste non spregevoli. Proteste che sono solamente una forma di libertà di pensiero. E quando si chiuderanno le Curve, e quando verranno inflitti punti di penalizzazione, e quando verranno intraprese azioni legali, Charlie Hebdo morirà una seconda volta. Questa, definitivamente.

Ma ciò che riempie ancor di più le vene di rabbia è la sistematica insistenza delle testate giornalistiche a voler plasmare il pensiero del popolo. E' l'omertà che soccombe di fronte al denaro, e tutti noi, nessuno escluso, siamo Alex accasciato sul letto d'ospedale, Arancia Meccanica. Solo che ai piedi del letto non c'è il Primo Ministro, ma il Dio Denaro. E la Verità, allora, si perde negli indici di chi scrive. Di chi si fa portavoce di un bene che è più falso del male. Perché nessuno ricorda il coro Tevere affogali tutti, mentre Oh Vesuvio lavali tutti è stampato sulle bocche di tutti?. Perché nessuno ricorda lo striscione Ogni parola è vana, se occasione ci sarà non avremo pietà, mentre lo striscione esposto Sabato rimarrà sulla gogna di ogni tifoso romanista.
Perché.
Questa è la differenza, e sempre lo sarà, fra chi farà per bene il proprio lavoro e chi no.
L'omertà.
Io mi addormento con la coscienza a posto, voi no.




sabato 4 aprile 2015

Grazie Roma!


Ora, noi o risorgiamo come squadra, o cederemo un centimetro alla volta, uno schema dopo l'altro, fino alla disfatta. Siamo all'Inferno adesso, signori miei.
Credeteci.
E possiamo rimanerci, farci a prendere a schiaffi, oppure aprirci la strada lottando verso la luce.
Leggere queste poche righe pensando alla voce di Al Pacino, produce un effetto totalmente differente, il cuore batte, la mente viaggia. Perché questa Roma, questa squadra dalla scorza dura e con l'elmetto in testa, non s'è fatta sopraffare dalle prime difficoltà o dai primi tentennamenti. E' storia recente, un au revoir alla Roma sancito forse troppo frettolosamente. Il mare di difficoltà in cui sguazza la squadra da mesi, non si seccherà certo oggi. Ma questa sarà per sempre la giornata del Grazie Roma, che finalmente riecheggia all'Olimpico dopo un'astinenza interminabile. Come non mai, e cantato con uno sfogo liberatorio. Combattivo. Perché mentre il silenzio dilagava nei primi venti minuti d'indecisione, tutto il gelido distacco poi si è sciolto come neve nell'animo verace ed accanito che contraddistingue Roma.
E i Romanisti.
E i centimetri dello stadio. D'altronde abbiamo assistito una squadra in trincea, fervida a battagliare per ogni pallone destinato all'avversario, come se quel pallone fosse la morte.
I centimetri che ci servono sono dappertutto, sono intorno a noi.

Roma – Napoli non si commenta, né si racconta. E' solo un flusso di ansietà e agitazione, di batticuore e inquietudine. Mi mancava questa cronica sofferenza, il gioco duro e pugnace.
Come soldati.
E' stata una Roma orgogliosa, fiera di sé, che ha riletto ad alta voce quel Siamo la Roma! che scalda le vene e l'ossigeno in testa di chi scende in campo, le mani e i cuori roventi nelle gole dei tifosi. Ed ha rialzato il capo. Vista all'Olimpico o sul divano di casa, l'urlo liberatorio di Zanzi racchiude lo stato d'animo di chi la Roma la vive dentro come un'ossessione morbosa.
Palpitante.
Perché chi tifa Roma non lo può capire. E mai potrà. E succede allora che l'individualismo straripante degli ultimi malinconici mesi viene spazzato via dal collettivo. Dal gruppo. Da Balzaretti che corre quasi piangendo verso Florenzi.
Insieme si perde, insieme si vince. Oggi il merito è di tutti, perché anche chi è subentrato a partita in corso, non ha mollato nulla. Sangue a terra e fiato corto, così si conquista la vittoria. Così si conquistano centimetri sul campo.
E quando andremo a sommare tutti quei centimetri, il totale farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta.
La voce di Al Pacino nella grinta di Rudi Garcia. L'Inferno di Napoli, il Paradiso di Roma.


venerdì 27 marzo 2015

UNA VITA PASSATA A CORRERE: ALESSANDRO FLORENZI

Sulle 8 miglia di Robert Kraft si dovrebbe scrivere un libro, o forse un film. O forse quelle 8 miglia già sono la trasposizione nella vita quotidiana di Forrest Gump. Perché Miami si gode un uomo, e probabilmente è anche riduttivo chiamarlo così, che dal 1975 corre. Non importa se diluvia o grandina, se fa un caldo torrido o l'aria si mescola con l'afa secca, lui corre. E così per 40 anni, ogni mattina, come se la corsa fosse l'epicentro di una vita altrimenti priva di colori. Oggi sei a Miami, domani a metà strada per la Luna; e sì, è la distanza in chilometri che Robert Kraft ha percorso in tutti questi anni dedicati a sé stesso. Ai suoi polmoni, alle sue gambe.
Al suo cuore.
Non è una questione di fiato, ma di porsi un limite, raggiungerlo e poi superarlo. Così, all'infinito, per sempre. Perché in fondo la corsa non è che la metafora della vittoria su sé stessi. Gridare ce l'ho fatta al mondo intero.
Deve aver pensato questo Alessandro Florenzi, quando nella prima partita giocata da titolare con la maglia della Roma, segna. E' un Inter – Roma, il Clasico del post-Calciopoli, una gara che non ha mai perso, e nemmeno oggi, quei connotati tipicamente italiani. Il Nord e il Sud. Il freddo e il gelo; il mare e il profumo di salsedine. Il denaro e il potere; l'affanno malinconico di chi ci prova ma non arriva mai. Questo è lo scenario di Inter – Roma, e Florenzi apre il sipario della Scala del Calcio con una zuccata dritta all'angolo opposto, lui che non arriva nemmeno al metro e ottanta.
Ma lui corre. Suda. Gronda di grinta. Fin dal primo giorno, dal primo allenamento, dal primo piede poggiato a Trigoria. Ah, servito da una pennellata di Totti, come se il destino avesse inciso il proprio marchio nel cuore di Florenzi.

TRA LA PRIMAVERA E IL PIANTO. Non è un predestinato, non lo è mai stato, neppure nella Primavera guidata da Alberto De Rossi, dove solo attraverso il sacrificio e il sudore conquista la fiducia di tutti. E' il suo primo obiettivo, la prima tappa della maratona che ancora oggi corre a polmoni aperti. Non si stanca mai, uomo vero. E Bruno Conti guarda oltre la bassa statura e le non straordinarie qualità tecniche – all'epoca –, lui vede un titolare della Roma.
Vedrà bene.
Tanto che in prima persona sprona De Rossi a schierarlo in campo sempre più spesso, e alla fine Florenzi indosserà la fascia da capitano, che non è quella pesante di Totti o di Daniele, ma lo rende ugualmente orgoglioso, fiero di sé. Romanista, non che non lo fosse precedentemente, ma ora tutto ha un sapore diverso. Tutto ha un colore diverso. E' il trionfo della meritocrazia, del duro lavoro, di chi si schiera a testuggine e non molla un centimetro.
Un Soldato e la sua trincea conquistata.
Parlando di Florenzi, tutto inizia in un Roma – Sampdoria. L'esordio, poetico, tra il brivido che percorre la spina dorsale e il fremito angosciato nei polpacci. Il cinque ricevuto da Totti, da suo raccattapalle a suo erede. E' uno scambio di filosofia, di Storia, quella con la s maiuscola. Ma anche tutto finisce in un Roma – Sampdoria, perché una parte di Alessandro rimarrà sempre e comunque ancorata tra le gabbie dei pianti sotto la Curva Sud. Storia recente, storia di Mettece 'npo de più a da sta palla eh, quando tutto ormai era perduto. E sono le lacrime di chi vede un pezzetto di sé morire dentro, e non può fare nulla per fermare questa implosione. Se non correre. E ancora, e ancora, guadagnandosi l'affetto incondizionato del pubblico. Un po' come Robert Kraft, solitario nelle prime corse sulla spiaggia, ma che ora in ogni cittadina che attraversa, un gruppetto di giovani ed anziani, fregandosene dell'età, lo segue. L'affetto. L'ammirazione. Tutto si mescola nella metafora della corsa.

RAGAZZINO A CROTONE, UOMO A ROMA. A Roma Florenzi vive fondamentalmente due vite, e la seconda inizia dal suo ritorno dal prestito a Crotone. E' la stagione 2010/2011, e lì, tra le tattiche disegnate sulla lavagnetta doveva giocare come mezz'ala. Anzi, non doveva proprio giocare. D'altro chi era Florenzi se non un ragazzo uguale a tutti gli altri, con il suo sogno riposto nel cassetto. No, Alessandro non è uguale a tutti gli altri, perché dove non arriva con la tecnica, lui ugualmente ci arriva. Carattere. Passione. Polmoni. Grugno. Chiamatelo come volete, ma termina la stagione con 35 presenze, condite da 11 gol. E gioca da terzino, perché lui è duttile, malleabile, l'emblema del cliché per il quale tutti gli allenatori desidererebbero allenare un calciatore così. Pur di giocare, si reinventerebbe portiere, come fosse all'oratorio. E probabilmente è proprio questa genuinità a plasmare la forza d'animo di Florenzi.
In quell'anno verrà anche premiato come miglior giovane della Serie B, e il ritorno a casa, nella sua Roma, chiude quel cerchio che Rudi Garcia traccerà qualche anno più tardi. Totti che è il simbolo di un'epoca calcistica, De Rossi che er core verace de Roma, e lui, Alessandro Florenzi, che è lo spirito romano, autentico, schietto.
Purosangue.
E d'altronde non ci si può aspettare il contrario da chi mai è stato messo in discussione, mai è stato oggetto di feroci critiche, ma sempre il punto focale del tifo d'animo, interiore, passionale. Romanista.

Lui, che è il calciatore per antonomasia. Non perché segna, non perché ha la faccia pulita, liscia, morbida. Non perché abbraccia la nonna commuovendo tutti. E non perché sputa sangue ogni Domenica. Florenzi è il giocatore che pur di scendere in campo con la casacca che ama, gioca al minimo sindacale per più di una stagione: una vita da 30mila euro all'anno. Tanti, tantissimi per una famiglia italiana. Irrisori per il mondo malato del pallone. E per uomini di questa fede, di questo credo, una fotografia tra i più grandi ci sarà sempre. 

domenica 22 marzo 2015

KARL ED IO // RACCONTO

Karl non legge.
Karl non scrive.
Karl è cieco.
Ogni mattina Karl siede su un lettino foderato di bianco. Candido. E ascolta la melodia degli usignoli che svolazzano liberi nel giardino. Ma Karl è nevrotico. Pigia l'allarme ogni dieci minuti, e un'infermiera corre a soccorrerlo, snodandosi tra i corridoi che non hanno mai fine. Karl però non sta realmente mai male, non gli è mai salita una febbre o una crisi emicranica.
Ma pigia.
L'ospedale suona.
Riecheggia la solitudine.
Parcheggiata l'automobile, l'infermiera che scrutavo dall'angolo della finestra, si raccoglieva sempre i capelli sotto una cuffia, e il colore della sua chioma mi rimase sempre celato. Accudiva Karl come il figlio che mai partorì. L'avreste dovuta vedere. Nei modi. Nei gesti. Nelle parole. Era come se l'immateriale si confondesse con il materiale. La gentilezza d'animo con il calore del corpo umano. Ma la pelle era fredda. Lattea. Ghiacciata come la parete granulosa al tatto e come quei quattro angoli vorticosi che nel nulla disorientavano lo sguardo.
L'infinito.
In quei giorni senza un perché, senza un fine, lessi sui giornali che la Germania sarebbe stata pronta a riconquistare l'unificazione. Libertà, direbbe mio padre. Libertà, mi costrinse a dire mio padre. Si chiamava Marko Mocchino, e sì, possedeva lontani avi italiani. Ma non lo ammise mai, ne provava vergogna. Come se essere italiani fosse un insulto. O forse il problema era solo quello di non essere tedeschi. Cambiò nome a diciotto anni, fuggendo dai genitori, che non salutò mai più. Hans Hoffmann. Un cognome comune. Ridicolo. Che mi impose.
Le foglie gialle e secche si erano ormai depositate sui marciapiedi screpolati dalle bombe di una guerra mai terminata, e quella mattina era più fresca del solito. Era sempre mattina, il sole non calava mai da quelle parti. Nessuno voleva crescere.
Hans alzò bruscamente le tapparelle della mia camera. Mia. L'aveva invasa. Chiedevo solamente un po' di solitudine, cazzo.
Alzati, disse.
E' presto.
Dobbiamo andare.
Hans mi strattonò al confine. Non dell'Austria. Nemmeno della Francia. Ma di Berlino. Era il 19 Novembre. E il muro cadde. I pianti frantumarono i mattoni di piombo. Le urla disperate sconfissero gli Americani. E i Russi. E chiunque altro non fosse tedesco. Così disse Hans. Così mi insegnò Hans. E in tutta la sua vita, Hans pianse una sola volta. Ma non fu il 19 Novembre, il giorno della riconciliazione. Era steso su un lettino foderato di bianco. Candido. Aveva 87 anni e versò lacrime temendo la morte.
Quella mattina – gelida – non feci nulla. Guardai soltanto. Non mossi un muscolo, né una fibra.
Paralizzato. Ad aspettarci oltre il muro c'erano camice macchiate di caffè e jeans sbiaditi. C'erano scarponi beige da alta montagna e spessi orologi di sottomarca. La gola si seccò, le labbra non si rincontrarono per diversi minuti. Avevo 10 anni, frequentavo la scuola elementare Max Weber, che radicò nelle nostre vene l'odio profondo per la Berlino Ovest. E io non capii perché al di là del muro non trovai uno di quei mostri senza volto che martellava i miei sogni.
Invece squadravo uno specchio, crepato in cocci. Dall'altra parte del confine spaccato c'era una donna, altissima. La sua bionda zazzera cascava oltre le spalle, perdendosi in ciocche sperdute tra le scapole. Aveva un volto famigliare, ma non ricordo chi mi rammentava. Teneva la mano di un bambino. E il bambino tentò di mollare la presa.
Inutile.
La donna lo zittì. Lui chinò il capo. E se lo prese in braccio, coccolandolo.
Karl.
Così lo vidi la prima volta.
Era un ragazzino semplice. Di quelli che vedi con la coda dell'occhio durante una ricreazione nel giardino della scuola e poi te ne dimentichi subito.
Insignificante.
Lentigginoso.
Lo salutai alzando al cielo il palmo della mano.
Non mi vide.
Hallo, gridai.
Non mi sentii.
Sembrava immerso in un ronzio assordante che segnava il confine fra Berlino e il suo mondo.
Hans, dissi.
Dimmi.
Perché quel bambino non mi saluta?
Quale bambino?
Non vidi Karl per sei mesi. O forse un anno. O forse lui mi vide, ma non io. D'altronde frequentavamo il medesimo istituto. Sì, perché si era trasferito nella vecchia Berlino Est. Così la chiamava Hans. Così mi obbligava a chiamarla. Da quando la prigione di cemento armato crollò, Hans fu preda di un disprezzo irrefrenabile verso chiunque non fosse cresciuto nella sua Berlino Est. Autoctono. Rivendicava una patria che non aveva mai posseduto.
Una mattina di Marzo, la città si era risvegliata coperta da fiocchi di neve. Uscii di casa per creare un pupazzo. Li adoravo tanto. Lo costruii. E con una precisione maniacale, che mi sorpresi di me stesso. Gli occhi, la carota, il cappello, le mani ramificate. Ero fiero di ciò che avevo assemblato e volli chiamare Hans, ma in quel momento Karl passò pedalando su una bicicletta, barcollando qua e là. Non si reggeva nemmeno in equilibrio su quel fondo sdrucciolevole.
Scivolò.
Il manubrio della bicicletta si storse completamente. E qualche raggio della ruota anteriore si spezzò al centro. Karl si sbucciò un ginocchio. E un gomito.
E pianse.
Disse che era stata colpa mia. Le vene delle tempie gli si inspessirono e la sclera dell'occhio divenne bordò.
Vampate di collera esplosero come una supernova fra le nuvole di meteoriti. Karl prese a calci e a pugni il pupazzo. Lo distrusse. Ne rimase solo un cumulo di neve che si confuse con il ghiaccio della strada cementata.
Rabbia.
Pianto.
Hans non mi chiese il motivo di tante lacrime sulle guance infreddolite, e si accasciò sulla conca del divano blu. In quella casa mancava il riscaldamento. Mancava il calore.
Mancava tutto.
Anche l'amore.
E afferrai il telecomando della TV. Il telegiornale. Non cambiare canale, affermò Hans.
Perché?
Perché finché abiterai sotto questo tetto, sarò sempre io a decidere.
Ordini.
Sapeva dettare solamente ordini. Lavorava in un autofficina sperduta nella periferia e credo che gli affari non andassero molto bene. Ultimamente rimaneva sempre a casa. Ferie, diceva lui.
Vidi Karl almeno una dozzina di volte. Più le settimane trascorrevano, più quel bambino comune diveniva l'epicentro di un mondo che divorava Hans come un parassita succhiasangue. Hans passava le mattine accovacciato sul divano blu, scolandosi quattro o cinque bottiglie di birra.
L'HB, la sua preferita.
Beveva. E in pochi mesi si squattrinò. Detestava la Germania Ovest, quella che una mattina di Novembre, popolò un quartiere compresso. E perse il lavoro.
E perse l'anima. Cominciò a tracannare qualunque bevanda, purché fosse alcolica. Aveva la medesima espressione adirata di Karl. Quegli occhi graniticamente fermi che non guardavano me, ma il nulla del mare in cui nuotavano. E Hans non ci stava più con la testa, soggiogata dal delirio della violenza. Distrusse un vaso. E un piatto. E un bicchiere. Botte su botte, lividi neri, il cuore bruciato.
Scappai, mentre la sinfonia di vetri rotti accompagnava gli scalini saltati con balzi da primato olimpico.
Ad aspettarmi in fondo alle scale c'era Karl, sorridente. Non era più il bambino delle scuole elementari, ma un giovanotto cresciuto e dalle spalle larghe.. Quasi non lo riconobbi, ma le lentiggini che puntellavano le guance fugarono qualsiasi dubbio.
Andiamo, mi disse.
Andiamo, risposi.
Partimmo.
In viaggio verso le colonne d'Ercole, disse Karl.
Mia madre morì tre mesi dopo il mio parto. Leucemia fulminea, asserirono i medici. Credo che Hans prima di quella mattina fosse un uomo migliore. Uno di quelli che si alza dal materasso sudicio di sudore alle 6:00 dell'alba. Senza rumore. Senza suoni. Solo silenzio. Ed era uno di quegli uomini che preparava la colazione alla moglie. A modo dei tedeschi, che non mi ha soddisfatto il palato. E nemmeno lo stomaco. Uova fritte aromatizzate da una spolverata di erba cipollina.
Hans, ogni mattina, apriva le palpebre osservando il respiro assonnato di mia madre.
Me lo disse Karl, un giorno.
Una mattina come tante. Su un lettino foderato di bianco. Candido. Lui che raccontava le sue storie, ed io ad ascoltare. A chissà chi poi. Era cieco. Non sapeva nemmeno che fossi lì. Perché Karl non ebbe mai nessun amico, nessun parente, nessun genitore. Nacque nelle mie mani. E nelle mie gambe. E nel mio cervello. E nel mio cuore che desiderava sbudellare Hans. Pregò più volte ai piedi del letto che Dio gli desse la forza per farlo. Karl era il mio demone socratico, cresciuto fra gli ululati dei lupi.
Solo.
Hans morì ad 87 anni, piangendo, temendo la morte.
Il coltello lo brandii io.
Esasperato degli ordini. Il lettino non era più foderato di bianco. E l'infermiera mi abbracciò, finalmente dissi. Soffocandomi contro il seno.
Prosperoso.
Morii nella sua dolce stretta bagnata dalle lenzuola inzuppate di sangue.


venerdì 20 marzo 2015

FAVOLA DI UNA ROMA CHE C'ERA

C'era una volta una Roma, e chissà com'è finita...
La prima volta non si scorda mai, dicono. Perché tutto era iniziato in un Roma – Fiorentina, 30 Agosto, tra l'orgoglio d'esser romanisti e la foga di uno Scudetto che sarebbe stato cucito al petto pochi mesi più tardi. Roma sognava, nel Circo Massimo già aleggiavano i fantasmi dei tifosi in festa. Fantasmi. Perché nel mezzo c'è l'agonia della disfatta, della rivoluzione, dei segni incisi a pelle come cicatrici, cose che non si possono dimenticare. Simboli di dolore vero, che non è rassegnazione. E' il vuoto nel nulla, come la Curva Sud che s'è rotta er cazzo, a vena chiusa se ne va, chissà dove. Gli Olè che Lunedì sembravano solamente uno scherno, una beffa, ieri eri erano rabbia. La rabbia di una Roma che non c'è mai stata quest'anno, Roma – Parma è il cerchio che si chiude, l'eclissi, la controprova dell'illusione nata chissà quando, forse nelle conferenze tutte uguali di Garcia e giocatori presi a random. Promesse e parole. Parole e promesse. Il tifoso che ci crede, ci spera, compra il biglietto ed entra all'Olimpico. Ripeti questo per tre mesi, è angoscioso. Non ne esci vivo, cioè corporalmente sì, ma qui dentro alla testa soffri come pochi. E' l'abdicazione di tutti, la resa di fronte all'evidenza, il riflesso cupo della presunzione. Non di carattere, ma delle idee, ormai rotte come cocci di vetro sparsi a terra.
Tutto inizia in un Roma – Fiorentina, tutto finisce in un Roma – Fiorentina, l'inverno che congela le gambe e la mente, la speranza e la vittoria. E Gervinho che scende in campo ma non gioca, e il modulo monotono e ripetitivo, capito e compreso pure da chi di calcio non si intende. Che cosa rimane? Rimane quel bambino con la sciarpetta al collo, solo in mezzo alla Curva Sud deserta, abbandonato da chiunque nel luogo più affollato di Roma. Lui che desiderava solo vedere la sua squadra del cuore, è la genuinità dell'inconsapevolezza. L'ossimoro della compagnia ricercata nella solitudine. Che poi è proprio ciò che si riflette nel campo da gioco, diventato ormai terra nemica, conquistata dallo straniero che passa. Chi corre, lo fa per sé, chi non corre, parla. Sì, nelle interviste però. Ed è emblematico come il momento del passaggio dalle parole ai fatti, dovrebbe essere culminato già settimane fa, ma così è solo una presa in giro. Quei calciatori dipinti davanti al Colosseo hanno perduto l'orgoglio, ma anche l'onere, di giocare per l'AS Roma, quella fierezza a petto gonfio è annegata sotto un mare di dubbi ed incertezze.

C'era una volta una Roma, e chissà com'è finita...


mercoledì 18 marzo 2015

PARMA, L'EPILOGO CHE E' SOLO L'INIZIO: CRONACA DI UN MONDO MALATO.

E' lo scherzo che dura poco, è lo scherzo che poi tanto scherzo nemmeno è. Chiuso per rapina, l'eufemismo di un mondo malato, sazio di lealtà, affamato di inganni. Sono i tempi tecnici delle promesse, vaneggiate nell'aria da un volto affabile, nuovo. Nuovo che è sinonimo di vecchio, come i vizi radicati di chi fa della rapina l'ossigeno che scorre nelle vene, non c'è mattina che sorga senza la spasmodica ricerca dell'imbroglio. Imbrigliati in lacci bagnati dalla falsità, tutti questi personaggi – non uomini – si compiacciono di ciò che fanno. Manenti e quel viso trasandato, l'auto confiscata e la camera affittata a Collecchio, vivacchiando senza TV e frigobar. Al risparmio, pochi spicci, tanta finzione. Ma che ha fatto di male Manenti? Poco nulla, se non abbindolare migliaia di tifosi sconfortati, abbattuti, delusi. Non è questo il punto, l'arresto era preventivabile per una figura ambigua. Perché poi ci sono i veri colpevoli, quelli che tramano i fili della marionetta Manenti, invisibili alle denunce e alla sollevazione popolare. Loro sì che hanno disintegrato il Parma, come se lo scandalo Parmalat non fosse già abbastanza per una città che ieri sognava l'Europa, oggi s'è rassegnata al fallimento. C'è Ghirardi, il magna magna, il presidente dalle feste faraoniche pur non possedendo un soldo bucato. C'è Leonardi, l'arista incompreso, l'amministratore delegato dai duecento ed oltre calciatori tesserati. Un ginepraio di follia, di assegni scoperti e stipendi persi nella speranza. Sono spariti, e chissà mai se li rivedremo ancora. Probabilmente sì, Moggi ancora galleggia tra un salotto e l'altro. Casi talmente differenti, da essere così analoghi.
E in fondo Parma – lo sappiamo tutti, ma nessuno ha il vero coraggio di ammetterlo – è solamente la punta di un iceberg che presto o tardi precipiterà, affondando la nave forellata delle Serie A, e sommergendo i tifosi di altri scalpori, vergogne. L'estero ci deride, urgono cambiamenti, ma forse nessuno vuole realmente cambiare. Oggi va così, tra fittizi uomini d'affari e piazze illuse, fra guadagni squisitamente personali e dipendenti sull'orlo della bancarotta. Gente che scappa, gente che fa da prestanome, il calcio non ha più nulla di sportivo da insegnare, è morto. 

Bonne Voyage Manenti, il carcere non ha né TV ne frigo bar, almeno sarà abituato.