lunedì 12 gennaio 2015

Il derby, magico e silenzioso. Roma - Lazio.

L'alba domenicale risveglia la quiete che addormenta un'intera città – Roma – che non si assopisce mai, tranne in due giorni all'anno. Fino a poche ore prima, nessuno ha il coraggio e la spavalderia di parlarne. Muti. Anche i baretti di periferia all'angolo, pure i giornalai rintanati nel chioschetto verdognolo, abbandonato tra un marciapiede e l'altro. E' un silenzio che viene interrotto solamente dal battito frenetico del cuore strozzato in gola, soffocato dall'ansia. E invisibili respiri profondi colorati dal tifo.
E' la magia - e la sofferenza – del derby romano, afoso e arroventato. E' Roma – Lazio, e le automobili rimangono parcheggiate in un garage sotto la polvere, bandieroni sventolano fra i terrazzi di interminabili condomini, le strade sono deserte, laconiche. Stadio e case gremite, ma non sempre. C'è chi infatti, avvolto dall'agitazione agonizzante, preferisce un divano, una televisione e la solitudine. Solo lui, e un pallone che rotola, rotola mentre unghie vengono divorate dai denti palpitanti.
Un derby non si gioca, si vince, disse Garcia. La tecnica, il bel gioco, gli orpelli, il tacco, a nessuno importa. Ma solo novanta minuti di rabbia esplosa nella giugulare, il fuoco che arde negli occhi fermi e glaciali, emozioni così intense da non poterle raccontare. Sono attimi che rimarranno impressi nella mente, e solo lì.
Forse è vero che l'incantesimo del derby si racchiude nel piacere dell'attesa, in quei passi, che sembrano un'eternità, che ti conducono dallo steward che controlla senza nemmeno troppa convinzione – perché anche lui ha la testa altrove, fantasticando – il biglietto, fino al seggiolino blu. Tuo. E poi l'inno. Venditti. Roma Roma Roma. Undici eroi, petto in fuori. I fumogeni banditi, ma così suggestivi, che dipingono il quadro di cinquantamila fratelli che non si conoscono. Abbracciati. E' lì che batte il cuore impazzito, come un cavallo scalpitante in una gabbia, facendoti sentire più vivo che mai. Le gambe tremano, nessuno ancora si spiega il perché.
Un fischio.

La partita comincia.