venerdì 27 marzo 2015

UNA VITA PASSATA A CORRERE: ALESSANDRO FLORENZI

Sulle 8 miglia di Robert Kraft si dovrebbe scrivere un libro, o forse un film. O forse quelle 8 miglia già sono la trasposizione nella vita quotidiana di Forrest Gump. Perché Miami si gode un uomo, e probabilmente è anche riduttivo chiamarlo così, che dal 1975 corre. Non importa se diluvia o grandina, se fa un caldo torrido o l'aria si mescola con l'afa secca, lui corre. E così per 40 anni, ogni mattina, come se la corsa fosse l'epicentro di una vita altrimenti priva di colori. Oggi sei a Miami, domani a metà strada per la Luna; e sì, è la distanza in chilometri che Robert Kraft ha percorso in tutti questi anni dedicati a sé stesso. Ai suoi polmoni, alle sue gambe.
Al suo cuore.
Non è una questione di fiato, ma di porsi un limite, raggiungerlo e poi superarlo. Così, all'infinito, per sempre. Perché in fondo la corsa non è che la metafora della vittoria su sé stessi. Gridare ce l'ho fatta al mondo intero.
Deve aver pensato questo Alessandro Florenzi, quando nella prima partita giocata da titolare con la maglia della Roma, segna. E' un Inter – Roma, il Clasico del post-Calciopoli, una gara che non ha mai perso, e nemmeno oggi, quei connotati tipicamente italiani. Il Nord e il Sud. Il freddo e il gelo; il mare e il profumo di salsedine. Il denaro e il potere; l'affanno malinconico di chi ci prova ma non arriva mai. Questo è lo scenario di Inter – Roma, e Florenzi apre il sipario della Scala del Calcio con una zuccata dritta all'angolo opposto, lui che non arriva nemmeno al metro e ottanta.
Ma lui corre. Suda. Gronda di grinta. Fin dal primo giorno, dal primo allenamento, dal primo piede poggiato a Trigoria. Ah, servito da una pennellata di Totti, come se il destino avesse inciso il proprio marchio nel cuore di Florenzi.

TRA LA PRIMAVERA E IL PIANTO. Non è un predestinato, non lo è mai stato, neppure nella Primavera guidata da Alberto De Rossi, dove solo attraverso il sacrificio e il sudore conquista la fiducia di tutti. E' il suo primo obiettivo, la prima tappa della maratona che ancora oggi corre a polmoni aperti. Non si stanca mai, uomo vero. E Bruno Conti guarda oltre la bassa statura e le non straordinarie qualità tecniche – all'epoca –, lui vede un titolare della Roma.
Vedrà bene.
Tanto che in prima persona sprona De Rossi a schierarlo in campo sempre più spesso, e alla fine Florenzi indosserà la fascia da capitano, che non è quella pesante di Totti o di Daniele, ma lo rende ugualmente orgoglioso, fiero di sé. Romanista, non che non lo fosse precedentemente, ma ora tutto ha un sapore diverso. Tutto ha un colore diverso. E' il trionfo della meritocrazia, del duro lavoro, di chi si schiera a testuggine e non molla un centimetro.
Un Soldato e la sua trincea conquistata.
Parlando di Florenzi, tutto inizia in un Roma – Sampdoria. L'esordio, poetico, tra il brivido che percorre la spina dorsale e il fremito angosciato nei polpacci. Il cinque ricevuto da Totti, da suo raccattapalle a suo erede. E' uno scambio di filosofia, di Storia, quella con la s maiuscola. Ma anche tutto finisce in un Roma – Sampdoria, perché una parte di Alessandro rimarrà sempre e comunque ancorata tra le gabbie dei pianti sotto la Curva Sud. Storia recente, storia di Mettece 'npo de più a da sta palla eh, quando tutto ormai era perduto. E sono le lacrime di chi vede un pezzetto di sé morire dentro, e non può fare nulla per fermare questa implosione. Se non correre. E ancora, e ancora, guadagnandosi l'affetto incondizionato del pubblico. Un po' come Robert Kraft, solitario nelle prime corse sulla spiaggia, ma che ora in ogni cittadina che attraversa, un gruppetto di giovani ed anziani, fregandosene dell'età, lo segue. L'affetto. L'ammirazione. Tutto si mescola nella metafora della corsa.

RAGAZZINO A CROTONE, UOMO A ROMA. A Roma Florenzi vive fondamentalmente due vite, e la seconda inizia dal suo ritorno dal prestito a Crotone. E' la stagione 2010/2011, e lì, tra le tattiche disegnate sulla lavagnetta doveva giocare come mezz'ala. Anzi, non doveva proprio giocare. D'altro chi era Florenzi se non un ragazzo uguale a tutti gli altri, con il suo sogno riposto nel cassetto. No, Alessandro non è uguale a tutti gli altri, perché dove non arriva con la tecnica, lui ugualmente ci arriva. Carattere. Passione. Polmoni. Grugno. Chiamatelo come volete, ma termina la stagione con 35 presenze, condite da 11 gol. E gioca da terzino, perché lui è duttile, malleabile, l'emblema del cliché per il quale tutti gli allenatori desidererebbero allenare un calciatore così. Pur di giocare, si reinventerebbe portiere, come fosse all'oratorio. E probabilmente è proprio questa genuinità a plasmare la forza d'animo di Florenzi.
In quell'anno verrà anche premiato come miglior giovane della Serie B, e il ritorno a casa, nella sua Roma, chiude quel cerchio che Rudi Garcia traccerà qualche anno più tardi. Totti che è il simbolo di un'epoca calcistica, De Rossi che er core verace de Roma, e lui, Alessandro Florenzi, che è lo spirito romano, autentico, schietto.
Purosangue.
E d'altronde non ci si può aspettare il contrario da chi mai è stato messo in discussione, mai è stato oggetto di feroci critiche, ma sempre il punto focale del tifo d'animo, interiore, passionale. Romanista.

Lui, che è il calciatore per antonomasia. Non perché segna, non perché ha la faccia pulita, liscia, morbida. Non perché abbraccia la nonna commuovendo tutti. E non perché sputa sangue ogni Domenica. Florenzi è il giocatore che pur di scendere in campo con la casacca che ama, gioca al minimo sindacale per più di una stagione: una vita da 30mila euro all'anno. Tanti, tantissimi per una famiglia italiana. Irrisori per il mondo malato del pallone. E per uomini di questa fede, di questo credo, una fotografia tra i più grandi ci sarà sempre. 

domenica 22 marzo 2015

KARL ED IO // RACCONTO

Karl non legge.
Karl non scrive.
Karl è cieco.
Ogni mattina Karl siede su un lettino foderato di bianco. Candido. E ascolta la melodia degli usignoli che svolazzano liberi nel giardino. Ma Karl è nevrotico. Pigia l'allarme ogni dieci minuti, e un'infermiera corre a soccorrerlo, snodandosi tra i corridoi che non hanno mai fine. Karl però non sta realmente mai male, non gli è mai salita una febbre o una crisi emicranica.
Ma pigia.
L'ospedale suona.
Riecheggia la solitudine.
Parcheggiata l'automobile, l'infermiera che scrutavo dall'angolo della finestra, si raccoglieva sempre i capelli sotto una cuffia, e il colore della sua chioma mi rimase sempre celato. Accudiva Karl come il figlio che mai partorì. L'avreste dovuta vedere. Nei modi. Nei gesti. Nelle parole. Era come se l'immateriale si confondesse con il materiale. La gentilezza d'animo con il calore del corpo umano. Ma la pelle era fredda. Lattea. Ghiacciata come la parete granulosa al tatto e come quei quattro angoli vorticosi che nel nulla disorientavano lo sguardo.
L'infinito.
In quei giorni senza un perché, senza un fine, lessi sui giornali che la Germania sarebbe stata pronta a riconquistare l'unificazione. Libertà, direbbe mio padre. Libertà, mi costrinse a dire mio padre. Si chiamava Marko Mocchino, e sì, possedeva lontani avi italiani. Ma non lo ammise mai, ne provava vergogna. Come se essere italiani fosse un insulto. O forse il problema era solo quello di non essere tedeschi. Cambiò nome a diciotto anni, fuggendo dai genitori, che non salutò mai più. Hans Hoffmann. Un cognome comune. Ridicolo. Che mi impose.
Le foglie gialle e secche si erano ormai depositate sui marciapiedi screpolati dalle bombe di una guerra mai terminata, e quella mattina era più fresca del solito. Era sempre mattina, il sole non calava mai da quelle parti. Nessuno voleva crescere.
Hans alzò bruscamente le tapparelle della mia camera. Mia. L'aveva invasa. Chiedevo solamente un po' di solitudine, cazzo.
Alzati, disse.
E' presto.
Dobbiamo andare.
Hans mi strattonò al confine. Non dell'Austria. Nemmeno della Francia. Ma di Berlino. Era il 19 Novembre. E il muro cadde. I pianti frantumarono i mattoni di piombo. Le urla disperate sconfissero gli Americani. E i Russi. E chiunque altro non fosse tedesco. Così disse Hans. Così mi insegnò Hans. E in tutta la sua vita, Hans pianse una sola volta. Ma non fu il 19 Novembre, il giorno della riconciliazione. Era steso su un lettino foderato di bianco. Candido. Aveva 87 anni e versò lacrime temendo la morte.
Quella mattina – gelida – non feci nulla. Guardai soltanto. Non mossi un muscolo, né una fibra.
Paralizzato. Ad aspettarci oltre il muro c'erano camice macchiate di caffè e jeans sbiaditi. C'erano scarponi beige da alta montagna e spessi orologi di sottomarca. La gola si seccò, le labbra non si rincontrarono per diversi minuti. Avevo 10 anni, frequentavo la scuola elementare Max Weber, che radicò nelle nostre vene l'odio profondo per la Berlino Ovest. E io non capii perché al di là del muro non trovai uno di quei mostri senza volto che martellava i miei sogni.
Invece squadravo uno specchio, crepato in cocci. Dall'altra parte del confine spaccato c'era una donna, altissima. La sua bionda zazzera cascava oltre le spalle, perdendosi in ciocche sperdute tra le scapole. Aveva un volto famigliare, ma non ricordo chi mi rammentava. Teneva la mano di un bambino. E il bambino tentò di mollare la presa.
Inutile.
La donna lo zittì. Lui chinò il capo. E se lo prese in braccio, coccolandolo.
Karl.
Così lo vidi la prima volta.
Era un ragazzino semplice. Di quelli che vedi con la coda dell'occhio durante una ricreazione nel giardino della scuola e poi te ne dimentichi subito.
Insignificante.
Lentigginoso.
Lo salutai alzando al cielo il palmo della mano.
Non mi vide.
Hallo, gridai.
Non mi sentii.
Sembrava immerso in un ronzio assordante che segnava il confine fra Berlino e il suo mondo.
Hans, dissi.
Dimmi.
Perché quel bambino non mi saluta?
Quale bambino?
Non vidi Karl per sei mesi. O forse un anno. O forse lui mi vide, ma non io. D'altronde frequentavamo il medesimo istituto. Sì, perché si era trasferito nella vecchia Berlino Est. Così la chiamava Hans. Così mi obbligava a chiamarla. Da quando la prigione di cemento armato crollò, Hans fu preda di un disprezzo irrefrenabile verso chiunque non fosse cresciuto nella sua Berlino Est. Autoctono. Rivendicava una patria che non aveva mai posseduto.
Una mattina di Marzo, la città si era risvegliata coperta da fiocchi di neve. Uscii di casa per creare un pupazzo. Li adoravo tanto. Lo costruii. E con una precisione maniacale, che mi sorpresi di me stesso. Gli occhi, la carota, il cappello, le mani ramificate. Ero fiero di ciò che avevo assemblato e volli chiamare Hans, ma in quel momento Karl passò pedalando su una bicicletta, barcollando qua e là. Non si reggeva nemmeno in equilibrio su quel fondo sdrucciolevole.
Scivolò.
Il manubrio della bicicletta si storse completamente. E qualche raggio della ruota anteriore si spezzò al centro. Karl si sbucciò un ginocchio. E un gomito.
E pianse.
Disse che era stata colpa mia. Le vene delle tempie gli si inspessirono e la sclera dell'occhio divenne bordò.
Vampate di collera esplosero come una supernova fra le nuvole di meteoriti. Karl prese a calci e a pugni il pupazzo. Lo distrusse. Ne rimase solo un cumulo di neve che si confuse con il ghiaccio della strada cementata.
Rabbia.
Pianto.
Hans non mi chiese il motivo di tante lacrime sulle guance infreddolite, e si accasciò sulla conca del divano blu. In quella casa mancava il riscaldamento. Mancava il calore.
Mancava tutto.
Anche l'amore.
E afferrai il telecomando della TV. Il telegiornale. Non cambiare canale, affermò Hans.
Perché?
Perché finché abiterai sotto questo tetto, sarò sempre io a decidere.
Ordini.
Sapeva dettare solamente ordini. Lavorava in un autofficina sperduta nella periferia e credo che gli affari non andassero molto bene. Ultimamente rimaneva sempre a casa. Ferie, diceva lui.
Vidi Karl almeno una dozzina di volte. Più le settimane trascorrevano, più quel bambino comune diveniva l'epicentro di un mondo che divorava Hans come un parassita succhiasangue. Hans passava le mattine accovacciato sul divano blu, scolandosi quattro o cinque bottiglie di birra.
L'HB, la sua preferita.
Beveva. E in pochi mesi si squattrinò. Detestava la Germania Ovest, quella che una mattina di Novembre, popolò un quartiere compresso. E perse il lavoro.
E perse l'anima. Cominciò a tracannare qualunque bevanda, purché fosse alcolica. Aveva la medesima espressione adirata di Karl. Quegli occhi graniticamente fermi che non guardavano me, ma il nulla del mare in cui nuotavano. E Hans non ci stava più con la testa, soggiogata dal delirio della violenza. Distrusse un vaso. E un piatto. E un bicchiere. Botte su botte, lividi neri, il cuore bruciato.
Scappai, mentre la sinfonia di vetri rotti accompagnava gli scalini saltati con balzi da primato olimpico.
Ad aspettarmi in fondo alle scale c'era Karl, sorridente. Non era più il bambino delle scuole elementari, ma un giovanotto cresciuto e dalle spalle larghe.. Quasi non lo riconobbi, ma le lentiggini che puntellavano le guance fugarono qualsiasi dubbio.
Andiamo, mi disse.
Andiamo, risposi.
Partimmo.
In viaggio verso le colonne d'Ercole, disse Karl.
Mia madre morì tre mesi dopo il mio parto. Leucemia fulminea, asserirono i medici. Credo che Hans prima di quella mattina fosse un uomo migliore. Uno di quelli che si alza dal materasso sudicio di sudore alle 6:00 dell'alba. Senza rumore. Senza suoni. Solo silenzio. Ed era uno di quegli uomini che preparava la colazione alla moglie. A modo dei tedeschi, che non mi ha soddisfatto il palato. E nemmeno lo stomaco. Uova fritte aromatizzate da una spolverata di erba cipollina.
Hans, ogni mattina, apriva le palpebre osservando il respiro assonnato di mia madre.
Me lo disse Karl, un giorno.
Una mattina come tante. Su un lettino foderato di bianco. Candido. Lui che raccontava le sue storie, ed io ad ascoltare. A chissà chi poi. Era cieco. Non sapeva nemmeno che fossi lì. Perché Karl non ebbe mai nessun amico, nessun parente, nessun genitore. Nacque nelle mie mani. E nelle mie gambe. E nel mio cervello. E nel mio cuore che desiderava sbudellare Hans. Pregò più volte ai piedi del letto che Dio gli desse la forza per farlo. Karl era il mio demone socratico, cresciuto fra gli ululati dei lupi.
Solo.
Hans morì ad 87 anni, piangendo, temendo la morte.
Il coltello lo brandii io.
Esasperato degli ordini. Il lettino non era più foderato di bianco. E l'infermiera mi abbracciò, finalmente dissi. Soffocandomi contro il seno.
Prosperoso.
Morii nella sua dolce stretta bagnata dalle lenzuola inzuppate di sangue.


venerdì 20 marzo 2015

FAVOLA DI UNA ROMA CHE C'ERA

C'era una volta una Roma, e chissà com'è finita...
La prima volta non si scorda mai, dicono. Perché tutto era iniziato in un Roma – Fiorentina, 30 Agosto, tra l'orgoglio d'esser romanisti e la foga di uno Scudetto che sarebbe stato cucito al petto pochi mesi più tardi. Roma sognava, nel Circo Massimo già aleggiavano i fantasmi dei tifosi in festa. Fantasmi. Perché nel mezzo c'è l'agonia della disfatta, della rivoluzione, dei segni incisi a pelle come cicatrici, cose che non si possono dimenticare. Simboli di dolore vero, che non è rassegnazione. E' il vuoto nel nulla, come la Curva Sud che s'è rotta er cazzo, a vena chiusa se ne va, chissà dove. Gli Olè che Lunedì sembravano solamente uno scherno, una beffa, ieri eri erano rabbia. La rabbia di una Roma che non c'è mai stata quest'anno, Roma – Parma è il cerchio che si chiude, l'eclissi, la controprova dell'illusione nata chissà quando, forse nelle conferenze tutte uguali di Garcia e giocatori presi a random. Promesse e parole. Parole e promesse. Il tifoso che ci crede, ci spera, compra il biglietto ed entra all'Olimpico. Ripeti questo per tre mesi, è angoscioso. Non ne esci vivo, cioè corporalmente sì, ma qui dentro alla testa soffri come pochi. E' l'abdicazione di tutti, la resa di fronte all'evidenza, il riflesso cupo della presunzione. Non di carattere, ma delle idee, ormai rotte come cocci di vetro sparsi a terra.
Tutto inizia in un Roma – Fiorentina, tutto finisce in un Roma – Fiorentina, l'inverno che congela le gambe e la mente, la speranza e la vittoria. E Gervinho che scende in campo ma non gioca, e il modulo monotono e ripetitivo, capito e compreso pure da chi di calcio non si intende. Che cosa rimane? Rimane quel bambino con la sciarpetta al collo, solo in mezzo alla Curva Sud deserta, abbandonato da chiunque nel luogo più affollato di Roma. Lui che desiderava solo vedere la sua squadra del cuore, è la genuinità dell'inconsapevolezza. L'ossimoro della compagnia ricercata nella solitudine. Che poi è proprio ciò che si riflette nel campo da gioco, diventato ormai terra nemica, conquistata dallo straniero che passa. Chi corre, lo fa per sé, chi non corre, parla. Sì, nelle interviste però. Ed è emblematico come il momento del passaggio dalle parole ai fatti, dovrebbe essere culminato già settimane fa, ma così è solo una presa in giro. Quei calciatori dipinti davanti al Colosseo hanno perduto l'orgoglio, ma anche l'onere, di giocare per l'AS Roma, quella fierezza a petto gonfio è annegata sotto un mare di dubbi ed incertezze.

C'era una volta una Roma, e chissà com'è finita...


mercoledì 18 marzo 2015

PARMA, L'EPILOGO CHE E' SOLO L'INIZIO: CRONACA DI UN MONDO MALATO.

E' lo scherzo che dura poco, è lo scherzo che poi tanto scherzo nemmeno è. Chiuso per rapina, l'eufemismo di un mondo malato, sazio di lealtà, affamato di inganni. Sono i tempi tecnici delle promesse, vaneggiate nell'aria da un volto affabile, nuovo. Nuovo che è sinonimo di vecchio, come i vizi radicati di chi fa della rapina l'ossigeno che scorre nelle vene, non c'è mattina che sorga senza la spasmodica ricerca dell'imbroglio. Imbrigliati in lacci bagnati dalla falsità, tutti questi personaggi – non uomini – si compiacciono di ciò che fanno. Manenti e quel viso trasandato, l'auto confiscata e la camera affittata a Collecchio, vivacchiando senza TV e frigobar. Al risparmio, pochi spicci, tanta finzione. Ma che ha fatto di male Manenti? Poco nulla, se non abbindolare migliaia di tifosi sconfortati, abbattuti, delusi. Non è questo il punto, l'arresto era preventivabile per una figura ambigua. Perché poi ci sono i veri colpevoli, quelli che tramano i fili della marionetta Manenti, invisibili alle denunce e alla sollevazione popolare. Loro sì che hanno disintegrato il Parma, come se lo scandalo Parmalat non fosse già abbastanza per una città che ieri sognava l'Europa, oggi s'è rassegnata al fallimento. C'è Ghirardi, il magna magna, il presidente dalle feste faraoniche pur non possedendo un soldo bucato. C'è Leonardi, l'arista incompreso, l'amministratore delegato dai duecento ed oltre calciatori tesserati. Un ginepraio di follia, di assegni scoperti e stipendi persi nella speranza. Sono spariti, e chissà mai se li rivedremo ancora. Probabilmente sì, Moggi ancora galleggia tra un salotto e l'altro. Casi talmente differenti, da essere così analoghi.
E in fondo Parma – lo sappiamo tutti, ma nessuno ha il vero coraggio di ammetterlo – è solamente la punta di un iceberg che presto o tardi precipiterà, affondando la nave forellata delle Serie A, e sommergendo i tifosi di altri scalpori, vergogne. L'estero ci deride, urgono cambiamenti, ma forse nessuno vuole realmente cambiare. Oggi va così, tra fittizi uomini d'affari e piazze illuse, fra guadagni squisitamente personali e dipendenti sull'orlo della bancarotta. Gente che scappa, gente che fa da prestanome, il calcio non ha più nulla di sportivo da insegnare, è morto. 

Bonne Voyage Manenti, il carcere non ha né TV ne frigo bar, almeno sarà abituato.       

martedì 17 marzo 2015

AU REVOIR ROMA

Questa Roma non ha bisogno d'esser raccontata, è ricaduta dentro quell'incubo da cui pareva esserne uscita. Firenze era il sogno, l'illusione di una squadra che gridava Ci siamo anche noi!, e che invece è tornata a rantolarsi tra le sue paure. Sant'Elia, dejavù. E' una Roma alla Face Off , che si punta la canna della pistola in fronte. Silenzio. Spara. La Roma si scioglie, non ci sta più con la testa, cade e non si rialza.
Fischi, fischi assordanti.
Si è vero, diluvia e fa un freddo cane ma l'Olimpico si scalda durante la prima frazione di gioco, sono dei segnali incoraggianti. Gli sbadigli si spezzano, a tratti gli undici in campo sono travolgenti in attacco e solidi in difesa. Non è la Roma di Totti, non è la Roma di Garcia, né degli assenti, alibi ingiustificabile. E' la Roma, punto. Gioca, diverte, si diverte, a sprazzi regala folate di bel calcio.
Ma è già l'inizio della fine. Quelle sabbie mobili che l'affossarono a Verona, ora hanno risucchiato l'anima della squadra fino all'ultima goccia di sangue, rimane solo una ciocca di capelli al di fuori della palude. Metafora dell'ultima speranza, sempre che ne rimanga un pizzico. Che la squadra ancora segua i dettami dell'allenatore, non c'è alcun bisogno di confermarlo. E' la verità. Altrettanto non si può dire per il contrario, Garcia ha perduto la brocca, il polso saldo, la mano ferma. E' il triste epilogo di chi si fa sopraffare dalle idee e dalle convinzioni piuttosto che dalla necessità. Ed ecco come Gervinho da idolo tramuta in epicentro di delusioni, azzannato da fischi aggravati. Di pessimo gusto, permettetemi. Perché quando vince sei di tutti, Roma mia; ma quando perde, stranamente, non sei di nessuno.
Pjanic non è da meno, scomparso come gli amici di quartiere nel momento di bisogno.
E' una sconfitta che fa male, colpisce pure gli ultimi baluardi resistenti, aggrappati con le unghie al carro dei vincitori, ma arresi ormai all'evidenzia di una squadra in apnea, a volte fisica, a volte mentale, in un'imperfetta miscelatura da film horror di serie B.

La Roma di quest'anno – quella bella, vivace, vigorosa – non c'è mai realmente stata, sono le statistiche a parlare. E ora tutti si augurano che questa stagione maledetta finisca presto, forse con l'ennesima rivoluzione, forse con gli ennesimi errori di mercato.     

domenica 15 marzo 2015

DANIELE DE ROSSI, CORE DE ROMA

Scrivere un pezzo su Daniele De Rossi è selvaggiamente riduttivo, e probabilmente le parole saranno un limite. Perché la sua carriera, costruita su castelli di rabbia, non conoscerà mai un lieto fine, è il destino di chi viaggia lungo una ferrovia infinita. Nessun punto d'arrivo, nessuna gloria eterna. Vituperato. Angosciato. Affossato. Costantemente sotto un'esame che non potrà mai superare a pieni voti, perché una fetta di tifoseria già l'ha troncato. Lui divide, spezza, rompe. Che sia la ripartenza avversaria o l'immagine crepata ed incisa a pelle come uno dei suoi tatuaggi colorati sulle menti buie dei tifosi, poco importa. E' un contrasto di colori, sì. De Rossi lo è. Svolazza tra il rosso della passione, dell'amore, della foga, della collera al nero cupo dei passaggi a vuoto, degli affanni, delle difficoltà che di calcistico possiedono ben poco. Nulla.
Lui è Daniele De Rossi, figlio di Roma, mio capitano dell'AS Roma.
Difficilmente si lascia andare ad interviste personali, e fra queste c'è una frase che rispecchia pienamente la sua integrità.
L'equilibrio interiore è ciò che porta ogni uomo ad affrontare a testa alta ogni vicissitudine.” E Daniele vorrebbe urlarlo al mondo come se fosse il suo vanto; si ritrova invece a sussurrarlo con la voce rotta. Spaccata dai drammi e dalle sofferenze, dalle sconfitte e dai veleni ingoiati. Daniele scricchiola. E' logorato, il suo viso è stanco. Implode dentro di sé in mille schegge che perforano la sua veracità. Non vive nel mondo dorato dei calciatori, sembra quasi un corpo estraneo. E forse lo è, perché ha il coraggio di rimanere in silenzio, e in quelle rare volte che non lo fa, sputa sangue. Sputa Vero. Non c'è redenzione per quelli come lui, la piazza fa da giudice.
Colpevole.
E le urla e le grida che romperebbero quel muro d'ombra creato appositamente dai papponi, si perdono in un ambiente che ormai non gli appartiene più. Lui è già oltre. Ma Daniele De Rossi incarna ancora lo spirito romano, autentico, schietto. Purosangue. Ed è giusto, non si possono negare le amnesie che troppe volte lo hanno decimato in questa stagione sportivamente orribile o i respiri trattenuti all'ennesimo cambio di gioco regalato ai raccattapalle. Non si può, è la sua personale storia, tatuata nella schiena, e che pesa come un fardello. Gioca tremendamente male, chiariamolo. Tuttavia questo non sarà mai un elogio al calciatore, discutibile nell'ultima parte di carriera, ma all'uomo. L'uomo dipinto a pastelli da cinquantamila voci cantanti nel derby, “questo è il mio vanto che non potrai mai avere.” A memoria, come a scuola. Poesia vivida, aspra. Cruda.
Esattamente come lui, simbolo della vena sopra al collo pronta ad esplodere. La rabbia imbevuta di inchiostro che scorre nella giugulare, è ciò che di più vero ha.
Ha lui.
Abbiamo noi.
Perché se devo credere in qualcosa, credo nella foga ansiolitica di De Rossi. Nient'altro, sebbene tutto appaia dimenticato.
Ma prima o poi i fantasmi di una vita estranea al mondo del pallone che non ha chiesto, che non ha preteso, sopraggiungono. E lì allora tutto si perde nel buio, chi è Daniele? Immaginate vivere da Daniele De Rossi, essere cioè l'epicentro caotico non di una squadra, ma di un'intera città che opprime, soffoca. Illude, a volte. E tutto va giù, tra mugugni, offese e chiacchiericci fastidiosi.
E' la fine, dicono. Non per me, non lo abbandono nel momento più critico.
Poi c'è il Franchi. Di Firenze rimane una sola un'inquadratura, seghettata, rapida. Unica. Sono i suoi tormentati occhi bordò, persi nello sconforto interiore di chi sa che la sua faccia sarà esposta alla gogna. Non è il Medioevo, ma ci siamo quasi.
Che vergogna.
In quell'atto, in quel gesto dove chiede ansiosamente la sostituzione, io ci ho visto amore. Perché continuare una partita, ben sapendo i disagi che avrebbe comportato la sua permanenza in campo? Abituato a lottare, a guadagnarsi a denti stretti ogni centesimo, non molla. E se lo fa, è perché si rende conto che qualcosa non funziona. Danneggerebbe i suoi compagni, prevarrebbe l'egoismo. Ma De Rossi ama fin troppo i colori caldi. Come si può solo pensare il contrario, soprattutto da chi ha sempre posto la Roma davanti ad ogni cosa, perfino a sé stesso. E' il martire di oggi, ma anche quello di ieri. Carne da macello. E questo Daniele De Rossi non lo merita affatto.
E' il mio capitano.
Cuore verace di Roma.
Perché infondo una Roma senza De Rossi, io proprio non la immagino.


lunedì 9 marzo 2015

SABBIE MOBILI

Tutto va giù, affossato in sabbie mobili, svilito nel caldo primaverile di Verona. Il pomeriggio è scialbo. La Roma lo è, il risultato ne è solo una diretta conseguenza, come se la maglia avesse smarrito tra l'erba degli stadi i suoi colori più accesi: il rosso e l'arancio. E forse è proprio questo che manca: l'ardore, l'impeto, il fuoco che divora il fegato e lo stomaco, la gola e le pupille.
L'intero corpo.
Sono incazzato, come ciascun romanista dovrebbe esserlo, se realmente ama la Roma. Brucio dentro, non c'è amore senza discussione, litigi, diverbi, rabbia a volte. Sono i segni più vividi di un legame, qualunque esso sia. Altrimenti tutto ricade nell'apatico menefreghismo condensato nel silenzio. Ed è come la vena sopra al collo di Daniele, pronta ad esplodere. Sì, ce l'abbiamo anche noi tifosi.
Furiosi.
Questo non sarà mai un inno alla violenza, alla collera, ai sassi scagliati contro le auto dei giocatori, ai pezzi di merda, ma solamente le parole di chi spera in una riscossa. Oggi, come ogni Domenica, perché altrimenti farei altro alle tre del pomeriggio o alle nove di sera. Cos'è che mi trattiene incollato alla televisione o al seggiolino blu dell'Olimpico? Sono incazzato.
rossa come er core, né gialla come er sole, la Roma naviga in un limbo d'incertezza. Manca il fuoco. Manca il condottiero, che nei momenti di debolezza scova il guizzo e tira fuori dalle sabbie mobili i suoi soldati. E' una ragnatela di dubbi che non trovano risposta. Forse sono le gambe troppo infossate nella palude, o forse sono insicurezze solidamente mentali, ma gli errori sono costanti. Reiterati. Da mesi, non da giorni. Chiedere la testa di Garcia sarebbe inutile e deleterio, cancellerebbe il profondo lavoro svolto sino ad ora. Eppure urge mettere una pezza, tamponare, capire anche solo una parte dei problemi che affliggono la nostra Roma. E ripartire. E' una Roma da romanisti, dice una persona che stimo moltissimo. Ha ragione, ma Dio se sono incazzato.
Sarà l'amore per la Roma.
Sarà che credo ancora ad una Roma da Scudetto con Garcia e l'intera dirigenza americana e non.

Sarà che ti amo, Roma mia.