mercoledì 29 aprile 2015

IL SILENZIO DEI COLPEVOLI

Ti svegli ancora qualche volta, vero? Ti svegli al buio e senti il grido di quelli innocenti?
Jodie Foster, nell'interpretazione dell'eroina socratica Clarisse, racconta al dottor Lecter di quanto fosse rimasta traumatizzata dalla macellazione di innocenti agnelli destinati alle bocche affamate di famiglie riunite col sorriso a tavola. Agnelli che scappano. Agnelli che belano. Agnelli che gridano confusi. Il Ranch, la stalla, che da dimora si trasforma in cimitero, in lapide, in un'epigrafe. Poi in quel prato nessuno più mormorerà nel cuore della notte e il silenzio degli innocenti calerà negli occhi lucidi di Jodie Foster.
Non ne ho salvato nemmeno uno, ripeterà.
26 Aprile, Stadio Olimpico di Torino. Ore 23. Il nulla, il sonno, la perdita di contatto. Si, perché l'Italia, che in fondo non è poi così differente da quel Ranch nel Montana, si specchia nella propria retorica. E tutti amano discutere. Interviste e condanne, censure e abiette deplorazioni moralistiche. Questa è l'Italia da salotto, da chiacchiere, come se qualunque problema si sciogliesse come neve al sole. Raciti e Sandri hanno perso la vita otto anni fa. Genoa – Milan, l'accoltellamento di Spagnolo, vent'anni fa. De Falchi, ventisei anni fa. Furlan, tifoso triestino, morì trentuno anni fa in seguito a gravi lesioni celebrali causate dai manganelli sporchi di sangue viziato della polizia.
Tutte vittime. Tutte carni da macello per il mattatoio.
Tutti agnelli.
E l'immagine istantanea di questa Domenica dall'odore acre di polvere da sparo, non è nemmeno una di queste. Ma il coma di Antonino Currò, Messina – Catania e il derby dei fuochi. Quelli veri. Quelli che scoppiano nel volto di innocenti e cancellano in mezzo secondo una famiglia. Era il 2001, ad uccidere Currò fu una bomba carta lanciata dal settore ospiti. Il mondo gridò rabbiosamente alla rivolta, ma tutti chiusero gli occhi.
E videro nero.
Nero come Ossi di Seppia, quando il corpo inerme del mollusco galleggia tra le onde del mare, trascinato come inutile maceria alla riva. Alla deriva. L'Italia del pallone ricalca pienamente questo disegno, perché abbandonata ai problemi che si risolveranno sempre domani. E' un turbine, un circolo vizioso, senza né capo, né coda.
Sono passati quattordici anni da quel Messina – Catania e l'Italia ancora ama dibattere su una poltrona, sotto i riflettori, con un microfono in mano e tanta morale da sperperare in monologhi che di concreto non c'azzeccano nulla. Perché nulla è effettivamente cambiato. Quanti De Falchi ancora moriranno? Quanti Currò ancora perderanno la vita? Per quanto ancora quel Ranch da 40mila, 50mila tifosi, sarà il mattatoio di innocenti?
Non c'è nessun silenzio degli innocenti in Italia, o meglio il silenzio sì. Perché le parole non sono più parole, ma un lento declino verso morte certa. E nemmeno il calcio ne ha salvato uno.

Colpevoli.

sabato 25 aprile 2015

INTER, ROMA E LO STADIO BENTEGODI


Inter – Roma rimanda inevitabilmente a quella faida interiore che ciascun romanista ha assaggiato melanconicamente. Quello che poteva essere e che non è mai stato. Stadio Bentegodi, Chievo, il rosso porpora dei fumogeni che sfuma laddove le parole non trovano luogo, non trovano quiete. Ma solo rimorsi, e lì feriscono come spine di rose.
Siamo stati Campioni d'Italia per quarantacinque minuti. E per altri quarantacinque minuti le cuffie delle radioline tascabili mettevano angoscia ad ogni cuore strozzato in gola. Papà che si lancia contro le ringhiere al gol di Vucinic, io che nervosamente mi sradico le unghie dei pollici alla rete di Daniele. Forse è la volta buona, dico a papà.
Papà ha gli occhi lucidi.
Non risponde.
Perché no, non sarà la volta buona. Né in quella Domenica torrida e secca, né oggi, dove la latta di ogni trofeo s'è sciolta nei fantasmi dei tifosi già in festa al Circo Massimo. Quarantacinque minuti possono essere un'eternità, ma anche svanire nel lampo di un tabellone illuminato. Milito. In quel momento capisci che la Roma non vincerà più lo Scudetto, perché allora continuare a sgolarsi con cori d'amore? Perché siamo romanisti. Perché abbiamo riempito Bari e Verona, i poli contrapposti del nostro epicentro. E perché il nevrotico patimento e la sofferenza ci hanno arrogato come il loro vanto.
In fondo la Roma che vince è un matrimonio che non s'ha da fare, per mille motivi. E mille ancora. Perché in quell'epoca lontana e calcisticamente miope, la Roma non hai mai lottato contro una sola squadra. Ma contro un'istituzione. Una lega. Un gregge di uomini in giacca e cravatta che ti guardava ai piedi di un letto d'ospedale, Arancia Meccanica. La dinamica è la stessa: tu cadi e gli altri vincono. Con la sola differenza che la cura Ludovico non ammazza noi tifosi romanisti, ma tutti gli altri che rimangono in silenzio.
Oppure perché mosciamente la Roma si perde nello spettro di sé stessa, cozzando con qualunque tipo di difficoltà, di disagio, di crisi. E' la Roma di oggi e di ieri, a cui manca perennemente quel guizzo, quella festa. E di Inter – Roma, rimarrà una sola fotografia: l'applauso malinconico delle ore 17 allo stadio Bentegodi.



martedì 21 aprile 2015

IL MALINCONICO COMPLEANNO DI ROMA

Roma è di chi la ama, e in fondo in tanti hanno amato Roma come nessun'altra donna. Lettere, poesie, centinaia di fotografie, memorie istantanee, tutto si confonde in un compleanno che non è più Storia, perché semplicemente va oltre. La trascende. La favola di Pasolini e le poesie dialettali di Trilussa, il complicato dopoguerra raccontato da Elsa Morante e le melodie versatili di Ennio Morricone. Roma è Arte, vive e si alimenta con l'eccentricità di uomini e donne che non moriranno mai. Loro sì che sopravviveranno in eterno, ma Roma un po' meno. Perché quel profumo un po' antiquato, un po' tradizionale che si respira tra i marmi e i tufi invecchiati di duemila anni, ormai si perde in un'epoca gretta, superficiale, vagamente snob.
E' l'indifferenza assunta come mantra religioso.
Vero, oggi Roma festeggia, sì ma cosa? Quella storia d'amore viscerale ed autentica che i romani sperimentarono passionalmente con Roma solamente un secolo scorso, rimane solo un ricordo lontano, sbiadito. Dimenticata da molti, a volte maltrattata, in un vortice di approssimazione tipica del mondo moderno. E accade allora che Chiese e giardini, teatri e dipinti su tela siano imbrattati dall'ignoranza che dilaga come un vanto, mentre l'ideale, l'arte che solamente questa Città sa offrire, venga sepolta sotto un cumulo di polvere, e lì abbandonata.
Come Teatro Marcello, l'ossimoro del teatro romano ammirato da tutti tranne che dai romani. Come lo scempio di Tor Vergata, arresa agli occhi ciechi di chi questa città la governa. E' tutto un paradosso, pure questo Natale di Roma che dovrebbe voltarsi e guardare il passato, ma che se ne frega e non lo fa.
Roma non è più una città aperta, e Rossellini si deve rassegnare. In pochi lottano per qualcosa di fondato, valido, vero. Qualcosa che rimane qui dentro alla testa, rimuginando fra mille pensieri contrastanti. Ieri era la resistenza partigiana, oggi quel senso d'unione non c'è più, e Roma cade a pezzi. Non c'è più cura, né precisione, tutto si sfascia nel menefreghismo. E d'altronde la Barcaccia non si è sgretolata quando la gentaglia del Nord è scesa in città. No, la Barcaccia si è sgretolata nell'indifferenza di chi ha permesso questo imbarbarimento. E fa male vedere la fortuna di Roma essere così malamente lapidata.


Fatelo. Prendete per mano vostro figlio o vostro nipote, magari proprio oggi, e visitate qualche Chiesetta nascosta tra un angolo e l'altro. Non per la fede o per la religione, ma per quello che ci sta dentro. E quello che ci sta dentro non sono i quadri o colonne corinzie, ma i sorrisi stupiti di chi tenete per mano. Ecco, è questo il reale Natale di Roma: stupirsi ancora della Grande Bellezza che deborda da ogni ansa del Tevere. In fondo la genuinità di un bambino dovrebbe radicarsi anche nelle scorze dure degli adulti, perché un bambino si prenderebbe cura di ciò che ha, di ciò che ama. L'adulto no. E quando Roma potrà gridare al mondo d'essere una città amata, allora l'orgoglio italiano si risveglierà un po' di più. E Tanti Auguri potranno essere finalmente cantati da tutti noi. Perché Roma è di chi la ama, ma oggi in pochi la amano veramente.  

sabato 11 aprile 2015

TORINO - ROMA: CRONACA DI UN CALCIO CHE ERA E CHE NON E' PIU'


E' un peccato non aver vissuto quel pezzo di Storia calcistica che inevitabilmente ha scolpito le ossa e i ricordi del complicato dopo Guerra. Povero ed ingrato. Ma nell'incertezza di un domani demolito dalle mitragliette e dai Dakota sorvolanti nei cieli, c'era chi vedeva nel Grande Torino una flebile speranza a cui aggrapparsi per dimenticare anche solo per un breve istante un dolore che non può essere raccontato su un pezzo di carta. Come Oreste Bolmida, un comune ferroviere nella vita quotidiana, ma pioniere del quarto d'ora granata allo stadio Filadelfia. Si, perché quando fischiettava nella tromba tre squilli, Valentino Mazzola si rimboccava le maniche della maglia, che in realtà maglia non era se non una cozzaglia di lana arruffata. E da lì in poi, chi non s'alzava in piedi sugli spalti, poteva anche tornarsene a casa, perché quei quindici minuti ricordavano ad ogni italiano d'esser fiero ed orgoglioso della propria terra e di sé stessi, nonostante le incessanti umiliazioni politiche.
Dico, perché tutto questo.
Perché tutto nasce in un Roma – Torino, 28 Aprile 1946. Prima dell'inevitabile sospensione del Campionato, nella stagione che parte dal 1941 e termina l'anno successivo, la Roma conquista il primo scudetto della sua storia. Ma è un tricolore anomalo, ambiguo, vagamente surreale: il Nord fu preso d'assalto dai bombardamenti e tanti e tanti calciatori prestarono leva nell'esercito che, per la maggior parte, non avrebbe più rivisto un campo da calcio. Alcuni si, ma in un campo di concentramento, altri nemmeno quello perché morirono con delle pallottole partigiane conficcate nel petto. E' inutile nascondersi dietro ad dito, è la nostra personale e controversa storia. Accade che la Juventus sprofondi, il Genoa pure e il Torino che in quegli anni stava perfezionando Il Sistema – sì, proprio quello di Gustav Sebes applicato all'altra squadra che merita l'appellativo di Grande, ossia l'Ungheria – cada fragorosamente. Una giornata di Sole. Pieno. Acceso. Radioso. Il Circo Massimo che s'azzuffa per la prima volta e i bandieroni giallorossi a spezzare la monotonia delle nuvole bianche, i sorrisi caldi del popolo reso soddisfatto per aver battuto quel Torino. 

Trascorrono quindi quattro anni fra un calcio giocato a singhiozzo e il cappio al collo a Mussolini, fra i carri armati sovietici ad Auschwitz e la rivoltella di Hitler. Il calcio riparte, e qua tutto prende forma.
Quindici minuti.
Sette a zero.
E' il 28 Aprile 1946, la Roma viene disintegrata in briciole.
Di cosa stiamo parlando, ditemi. Cos'è tutto ciò, se non storia di un altro gioco, di un'altra passione, probabilmente più comune, coinvolgente, a momenti quasi fraterna. Raggiante. Perché tutti in fondo tifavano un po' Torino. E oggi leggere e rivivere mentalmente quei ricordi sbiaditi da violenze solidamente mentali – oltre che fisiche – dà uno strano effetto. E' l'epoca del calcio sciolto nella tortura verbale. Dissolto in ingiustizie che non fanno altro che alimentare un odio, che altrimenti non si radicherebbe nemmeno nelle vene di chi va allo stadio. Corroso nelle parole vaneggiate da sorrisi finti davanti alle telecamere.

A volte il silenzio dovrebbe fare da ossigeno a chi parla ma non pensa alle conseguenze, da una parte e dall'altra, senza distinzioni. E se un domani cinquantamila persone stipate in uno stadio, avranno la forza di tifare insieme senza scadere in provocazioni inutili, allora il Grande Torino e quel calcio pulito, cameratesco, allegro, potrà sopravvivere alla morte. 

domenica 5 aprile 2015

ANTONELLA LEARDI, L'AVVOCATO PISANI E LA SECONDA MORTE DI CHARLIE HEBDO

Charlie Hebdo è già un ricordo lontano, dimenticato. O forse più che un ricordo, #JeSuisCharlie era solamente il capro espiatorio di una protesta che di rivoluzionario possedeva ben poco. Quasi nulla, perché nulla effettivamente è mutato. Capita allora che la libertà di pensiero cada sempre più nell'oblio della prepotenza verbale, in un circolo vizioso che fa della morale il proprio ossigeno. E tutto, ogni parola, ogni pensiero, ogni frase, deve essere focalizzato verso un unico punto uguale per chiunque. Questa è l'epoca in cui l'eterogeneità viene ammazzata da un branco di lupi affamato di notorietà e di prime pagine sui quotidiani. D'altronde è il mondo vergognoso del giornalismo da pochi quattrini, dove se voli t'abbattono. Dove se spacchi la morale cattolica, vieni crocifisso.
La morte non può essere raccontata su un pezzo di carta, ma nemmeno sbandierata a mezzo popolo quasi fosse una coccarda infilzata nel petto gonfio. Per ricordare, dicono alcuni. Lucro, dico io. E il libro e il film, e le interviste su ogni rete televisiva, gratuita o satellitare, e i sorrisi lanciati alle macchinette fotografiche. Chissà com'è che quel libro, Ciro vive, sia macchiato dal prezzo di copertina.
Soldi.
Lucro.
Guadagno.
Qualcosa non torna, evidentemente.
Il mondo è variopinto, cosmopolita, vagamente cangiante. E c'è chi reagisce ai drammi della vita in modo contrastante, irrazionale, chiudendosi nel guscio del silenzio e della sofferenza soffocata dai pianti. Tutto va giù in questi momenti. Però quello del silenzio non è il modello esatto, nessuno lo è. Ma c'è un limite imposto dal buon costume, dall'intelligenza di ciascun uomo, dall'educazione di base, e quando ciò viene oltrepassato, nessuno si può permettere di giudicare le proteste. Proteste non offensive. Proteste non ingiuriose. Proteste non spregevoli. Proteste che sono solamente una forma di libertà di pensiero. E quando si chiuderanno le Curve, e quando verranno inflitti punti di penalizzazione, e quando verranno intraprese azioni legali, Charlie Hebdo morirà una seconda volta. Questa, definitivamente.

Ma ciò che riempie ancor di più le vene di rabbia è la sistematica insistenza delle testate giornalistiche a voler plasmare il pensiero del popolo. E' l'omertà che soccombe di fronte al denaro, e tutti noi, nessuno escluso, siamo Alex accasciato sul letto d'ospedale, Arancia Meccanica. Solo che ai piedi del letto non c'è il Primo Ministro, ma il Dio Denaro. E la Verità, allora, si perde negli indici di chi scrive. Di chi si fa portavoce di un bene che è più falso del male. Perché nessuno ricorda il coro Tevere affogali tutti, mentre Oh Vesuvio lavali tutti è stampato sulle bocche di tutti?. Perché nessuno ricorda lo striscione Ogni parola è vana, se occasione ci sarà non avremo pietà, mentre lo striscione esposto Sabato rimarrà sulla gogna di ogni tifoso romanista.
Perché.
Questa è la differenza, e sempre lo sarà, fra chi farà per bene il proprio lavoro e chi no.
L'omertà.
Io mi addormento con la coscienza a posto, voi no.




sabato 4 aprile 2015

Grazie Roma!


Ora, noi o risorgiamo come squadra, o cederemo un centimetro alla volta, uno schema dopo l'altro, fino alla disfatta. Siamo all'Inferno adesso, signori miei.
Credeteci.
E possiamo rimanerci, farci a prendere a schiaffi, oppure aprirci la strada lottando verso la luce.
Leggere queste poche righe pensando alla voce di Al Pacino, produce un effetto totalmente differente, il cuore batte, la mente viaggia. Perché questa Roma, questa squadra dalla scorza dura e con l'elmetto in testa, non s'è fatta sopraffare dalle prime difficoltà o dai primi tentennamenti. E' storia recente, un au revoir alla Roma sancito forse troppo frettolosamente. Il mare di difficoltà in cui sguazza la squadra da mesi, non si seccherà certo oggi. Ma questa sarà per sempre la giornata del Grazie Roma, che finalmente riecheggia all'Olimpico dopo un'astinenza interminabile. Come non mai, e cantato con uno sfogo liberatorio. Combattivo. Perché mentre il silenzio dilagava nei primi venti minuti d'indecisione, tutto il gelido distacco poi si è sciolto come neve nell'animo verace ed accanito che contraddistingue Roma.
E i Romanisti.
E i centimetri dello stadio. D'altronde abbiamo assistito una squadra in trincea, fervida a battagliare per ogni pallone destinato all'avversario, come se quel pallone fosse la morte.
I centimetri che ci servono sono dappertutto, sono intorno a noi.

Roma – Napoli non si commenta, né si racconta. E' solo un flusso di ansietà e agitazione, di batticuore e inquietudine. Mi mancava questa cronica sofferenza, il gioco duro e pugnace.
Come soldati.
E' stata una Roma orgogliosa, fiera di sé, che ha riletto ad alta voce quel Siamo la Roma! che scalda le vene e l'ossigeno in testa di chi scende in campo, le mani e i cuori roventi nelle gole dei tifosi. Ed ha rialzato il capo. Vista all'Olimpico o sul divano di casa, l'urlo liberatorio di Zanzi racchiude lo stato d'animo di chi la Roma la vive dentro come un'ossessione morbosa.
Palpitante.
Perché chi tifa Roma non lo può capire. E mai potrà. E succede allora che l'individualismo straripante degli ultimi malinconici mesi viene spazzato via dal collettivo. Dal gruppo. Da Balzaretti che corre quasi piangendo verso Florenzi.
Insieme si perde, insieme si vince. Oggi il merito è di tutti, perché anche chi è subentrato a partita in corso, non ha mollato nulla. Sangue a terra e fiato corto, così si conquista la vittoria. Così si conquistano centimetri sul campo.
E quando andremo a sommare tutti quei centimetri, il totale farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta.
La voce di Al Pacino nella grinta di Rudi Garcia. L'Inferno di Napoli, il Paradiso di Roma.