mercoledì 24 giugno 2015

IL CALCIO DEGLI IMBROGLIONI

L'Italia è uno di quei paesi che non impara mai dai propri errori. E' l'Italia delle parole. L'Italia dei vaneggiamenti. L'Italia delle condanne. Persino l'Italia delle censure, delle interviste con finti sorrisi in televisione e una mafia economica che vuole sempre di più. E il calcio infondo, è solo un lucido riflesso della società in cui vivacchiamo. Sicuramente capitalista, ma ancor più ossessionata dall'inganno. In questo mondo, non vince chi è onesto, ma chi inganna di più. Tipo, non rubare, per avere successo è molto meglio truffare. E le scommesse, le partite comprate, le intercettazioni, chi le compra, ma anche chi le vende. Chi si vende. Che probabilmente è pure peggio, non c'è più dignità. Non c'è alcuna morale in un Paese che di morali ne racconta ogni giorno, come fosse un vanto. Ma non lo è, perché poi tutte queste etiche vanno a farsi fottere in un bagno di banconote. Chi è stato condannato, è ancora là, tra i salotti sportivi o addirittura in campo. A giocare. A vendersi l'anima. A parlare.
Dove sta la giustizia?
Dove sta quel calcio pulito che ad ogni scandalo si spera di avere? Come se fare qualcosa, cambiare, spendersi in prima persona, fosse pura utopia. No, a sentire chi governa, qui bisogna solo sperare. Al massimo promettono di rivoluzionare. Giurano, a volte. Ma i ragazzi si imbrogliano con i dadi, gli uomini con i giuramenti, Plutarco. Guardiamoci in faccia, stiamo parlando di un sistema marcio. Corrotto. Perverso. Il calcio è cementato da primi ministri, Arancia Meccanica. E l'Italia è ancora in quella fase in cui si scandalizza, ma il tempo è scaduto.

Il tempo è scaduto, sì. Per noi, però. Perché ogni disonestà finisce per essere insabbiata. Di Iodice e Lotito non ne parla più nessuno. Di Blatter che ha deciso di ritirare le dimissioni, nemmeno. Della Lega Pro completamente preda dell'assenteismo della FIGC, è inutile pure spenderci parole. Tanto lì il calcioscommesse garantisce un giro economico più alto degli stipendi a fine mese. Perché tutti sanno, nessuno agisce. Nessuno vuole agire, gli interessi personali prevalgono sempre. Silenzio. Ognuno ormai fa ciò che gli pare, nei modi che desidera, e s'arricchisce quanto crede. Dici: è un disonesto quest'uomo. Poi però t'accorgi che il vero imbroglione è colui che conosce con precisione fino a che punto si possa imbrogliare per mantenere la stima ed essere considerati uomini rispettabili. 5 partite. E Pulvirenti, con il suo Catania, fa parte di questa mafia. Perché questa è. E ci potrebbero pure rientrati tutti quelli che spendono ore davanti ad una telecamera in cerca del consenso popolare, quando poi, nei fatti, sono i primi a rimanere passivi. Tavecchio che ingenuamente – altro non mi viene da pensare – tiene a ribadire “ Ci eravamo resi conto della situazione “, beh chiude il cerchio di un calcio italiano in cui i troppi soldi non bastano mai, la troppa popolarità non basta mai, il troppo potere non basta mai. Tutto non basta mai.


martedì 16 giugno 2015

L'ECOMOSTRO DI LORENZO DE CICCO


Tor di Valle non è una cittadella dello sport. Non è la casa del nuovo stadio della Roma. Non è nemmeno il riflesso di tre grattacieli newyorkesi. Perché ci cammini sopra e ti ritrovi solamente una selvosa distesa di rifiuti, l'odore dà il voltastomaco e il quartiere è abbandonato al tempo. E alle persone, incuranti, menefreghiste, vagamente snob. Beh, non è roba nostra, dicono i genitori affacciati alle finestre. L'Ippodromo di Crevalcore, Silver Horn, Icaro IV, ansima con la polvere che si solleva a spanne, cade a pezzi, i vetri rotti e Febbre da Cavallo che rimane semplicemente un film. Ma nessuno ha mai detto alcunché. Chissene frega, no Lorenzo de Cicco? Voglio dire, pare una discarica. Di scarti, spazzatura, avanzi della cena della sera prima. Tutto vero, ma in realtà è una discarica di indecenza umana, raccontata a parole da chi con queste parole ci mangiava sopra. E ora non ci mangia più. Perché la Tor di Valle attuale non è un vanto di Roma, s'è incupita in una ricchezza in cui sguazzava e in cui ora annega. Ambisce ad una riqualificazione vecchio stile, che presto o tardi ricadrebbe nell'indifferenza lasciata sul ciglio del marciapiede. Italiani e stranieri, tutti uguali. Perché fra dieci anni, senza un intervento commerciale, vasto, che dia un'impronta economica al quartiere, i figli di quei genitori continuerebbero a dire Beh, non è roba nostra. E quindi sì, tutte quelle cubature sono essenziali per mantenere in vita un senso di civiltà ormai perso tra le morali cattoliche dei giornali. Ma tant'è, a Lorenzo de Cicco non importa del degrado che si respira fra le strade rotte di Tor di Valle. Semplicemente perché non vive lì.
De Cicco poi, insiste sugli espropri di qualche terreno, non considerando però che l'esproprio, se presente un'interesse pubblico, è un diritto dello Stato – o della Regione –, e non un diritto del cittadino, e dove l'indennizzo fa da controparte. E l'interesse pubblico è stato approvato dal Comune, poi toccherà alla Regione, ma forse De Cicco cerca più di conquistare la folla con dolci parole che raccontare la Verità.

Pare che a nessuno interessi realmente dei quasi tremila posti di lavoro che verranno rilasciati durante i due anni e mezzo di cantiere. Giustamente, la folla grida, sbraita per lavorare, ma l'Italia con i suoi quotidiani conduce una politica anti-lavorativa. Mascherandola per speculazione, quando invece i giornali sono i primi a speculare per un pugno di copie vendute in più. E pare che un traffico di circa tremila persona possa mandare in tilt un flusso di lavoratori in una Città che ormai s'è abituata al caos. Tremila persone su due milioni di abitanti. De Cicco parla anche di venticinque mila operai e commercianti che abiteranno metro e treni, statali e superstrade, senza tenere a mente dei quasi 190 milioni di euro che verranno spesi proprio sul traffico, automobilistico e pedonale, pure ciclistico.
190 milioni, glielo ripeto.
Questo è mondo in cui prevalgono gli interessi personali, e c'è chi pensa che vivere tra i sacchi neri dell'immondizia e in una foresta di alberi probabilmente mai potati, sia più vantaggioso che alzare gli occhi e fiutare la novità. Fiutare migliaia di posti di lavoro. Fiutare gli stipendi che a fine mese mancano tremendamente. Fiutare l'opportunità in un Paese che di opportunità ne ha perse fin troppe. E in fondo la Verità va raccontata, non nascosta per una crociata personale da pochi quattrini.