sabato 4 luglio 2015

ARRIVEDERCI, FEDERICO

Se n'è andato esattamente come è entrato. In silenzio, ma che non è indifferenza. Forse un paio d'anni fa, quando varcò il cancello di Trigoria per la prima volta, sì. Lì non entrò un calciatore. Non almeno uno dei tanti, facce note, facce che passano, facce che si dimenticano. Entrò invece un uomo, e da uomo se n'è uscito. Credo anche più maturo in un certo senso. Perché giocare a calcio è ciò che chiede, probabilmente nemmeno importa la categoria. Come chi a 41 anni torna in campo per un preliminare di Europa League, solo perché i figli possano vederlo giocare almeno una volta. Si vede che Balzaretti qualcosa da Tommasi l'ha preso, perché i lunghi infortuni non sono gli unici incroci di due giocatori talmente differenti da essere uguali. E Balzaretti vuole giocare. Ancora un po'. Ancora un'ultima stagione. Alla Roma ha regalato una gamba; e la Roma gli ha regalato l'ultima partita, tra i cori e un viso bordò d'agitazione. L'applauso e i novanta minuti in campo. La corsa che è metafora di una storia, vittima di ricadute, vittima di dottori, padrona di una speranza mai realmente persa. E la speranza, in quell'anno e mezzo, aveva tre volti, poi diventati quattro, come i suoi figli.
Papà, perché non giochi?
Papà non può giocare.
Papà, perché non sei in campo?
Papà non può essere in campo.
Non ce la fa. Quel gol liberatorio alla Lazio pare così lontano, infondo l'ha rimessa lui la chiesa al centro del villaggio. E l'abbraccio della Sud, il pianto fragile di un uomo, i capelli sciolti ed un'esultanza piena di rabbia. Il pomeriggio romano, giallo e rosso. Questo rimane. E a volte si ha la sensazione che un calciatore sia una macchina. Fredda. Calcolatrice. Perfetta e che non possa commettere un'errore. Ma quell'immagine rossa di Balzaretti rende il tutto un po' più umano. Un po' più sentimentale. Un po' più malinconico per un calcio sempre più avaro di valori.

Da Sassuolo – l'ultima vera partita, Novembre 2013 – a Palermo, alla sua Palermo, città che l'ha amato e che ha amato, sua moglie la conobbe qui. Mesi di lavoro, di ripetute, di palestra. Di fisioterapia. Di riposo, perché il dolore si rifà vivo, è la costante di quest'ultima parte di carriera. Forse è una pubalgia. Forse no. Per un anno abbondante, nessun dottore centra la diagnosi. S'allena ma non sa se torna. S'allena ed è frustrante. Ma Balzaretti non molla. Vuole giocare. Ed è come se dicessi Fanculo agli infortuni, io torno. Perché è così che va, nel calcio – come in qualsiasi altra attività o professione lavorativa – esistono due tipi di persone. Quelli che s'abbandonano a sé stessi, alle cazzate che il cervello si racconta per ottenere il minimo indispensabile. E quelli che convivono con le difficoltà, trovano l'onda perfetta. E mentre i giornali nemmeno più lo consideravano un giocatore della Roma, Balzaretti l'ha trovata quell'onda, ed è tornato a giocare. Come voleva. Come ha sempre desiderato. Per sé stesso e per i suoi figli. Per essere un buon esempio. Per poter rispondere Si, oggi ho giocato. Ma solo ai suoi figli, perché i grandi uomini sono sempre i più silenziosi.
Giocare nella Roma è un'onore. Sempre. Ma giocare per la Roma è un vanto che pochi si possono permettere. E lui, Federico, è fra questi.