domenica 8 novembre 2015

QUANDO UN UOMO DISTRUGGE IL CALCIO

Io penso che scandalizzare sia un diritto, essere scandalizzati sia un piacere, e chi rifiuta il piacere d'esser scandalizzato, beh è un moralista, il cosiddetto moralista. E chi si scandalizza è sempre banale: ma, aggiungo, è anche sempre male informato. Pasolini, 31 Ottobre 1975. Un'era fa, praticamente. Un'era che paradossalmente è rimasta la stessa, tra cambiamenti nelle rughe di chi ci governa e il colore delle cravatte. Forse la pelle squamata delle poltrone, ma non ci giurerei. E l'ipocrisia mascherata da politica, beh quella no. Quella ancora cavalca l'onda di vent'anni fa, quando tutto pareva buono e poi buono non s'è dimostrato affatto. E quelli che c'erano vent'anni fa, ci sono anche oggi, avvinghiati a quella poltrona squamata che non mollano. Stesse facce, stessi discorsi, stesse false promesse. Del tipo: La parola d'ordine è una sola: lavorare con condivisione e dialogo, soprattutto con i cittadini, Franco Gabrielli, 2 Aprile 2015. Tre mesi più tardi alza i muri, chiude la bocca ai cittadini – perché in fondo i tifosi sono anche dei cittadini – e impone la sua legge. Il dialogo va a farsi fottere, la legge va rispettata, dice. Come se la legge fosse sinonimo sacro di giusto, quando vuol dire tutto tranne che giusto. Ciò che è legge, è permesso, certo. E' lecito. Ma non vuol dire affatto che quella legge sia pulita e trasparente. E poi t'accorgi che il moralista si scandalizza quando – sottotraccia – gli intimi che la legge sia sbagliata. Che quel provvedimento sia folle.
Si scandalizza.
Si nasconde dietro allo scandalo immorale. Che cosa sarebbe successo se ci fosse stato un morto in quella Curva? Si chiede. Vaglielo a spiegare ai soccoritori che, per barriere e infrastrutture del terzo mondo, non riescono a salvare quei tifosi che di infarto muoiono allo Stadio. Vaglielo a spiegare alla famiglia De Falchi, alla famiglia Sandri, o a quella di Furlan, ai figli di Raciti o a mamma e papà di Spagnolo, accoltellato da un 18enne che dopo una manciata d'anni era già fuori per l'indulto. Tutte vittime di un sistema marcio, disonesto con i tifosi, incapace di proteggere, che fa falle non in uno stadio, ma attorno. Lì, dove per davvero si radica l'anarchia. Lì, dove non puoi girare con una sciarpa della squadra avversaria. Lì, dove meno stai, meglio è. Perché finché si è dentro ad uno stadio si è sicuri, ed è semplicemente la storia a raccontarlo.
Poche cazzate, Gabrielli.
E capiamoci. La Curva non ha fatto nulla per salvare la propria posizione. I petardi – sapendo delle multe a cui la Società va incontro – vengono ugualmente lanciati tra i pompieri. I fumogeni, pure. I cori di merda come Lavali col fuoco o quelli che giocano sulla morte, vengono ugualmente gridati. Tanto poi paga la società. Paga quel Pallotta che in molti ripudiano. Denigrano. 'Je fa schifo. La Curva non è abbastanza tutelata, s'inventano. Eh grazie, direi. Vorrei vedere, cominciassero a tirar fuori loro i soldi per le multe.

E in fondo il calcio non è più sport, ma n'accozzaglia di idee politiche che come formiche divorano il suo nocciolo. Capissero. Il calcio non è di chi lo scrive, di chi lo gioca in campo, né di chi lo governa. Il calcio è di chi, ancora, je batte forte er core ad un gol, di chi c'ha un sussulto, di chi je pija n'infarto ad un rigore di Pjanic. E' della gente comune, ricca, povera, dei bambini, che chiedono ancora a papà perché che ci sta a fa quella barriera là in mezzo. Perché solo a noi. Chiedono perché sto derby non c'ha il sapore del vero derby, quello che un po' tutti i calciatori vorrebbero giocare almeno una volta. Il derby delle tensioni, delle unghie mangiate, delle vene sul collo, delle coreografie, dei bandieroni, dei ritratti, dei selfie.
Delle corse sotto la Sud.
Della finale di Coppa Italia, perché sì, là siamo morti e poi rinati, c'ha fatto capì che abbiamo scelto la strada giusta.
E se non ci sono nemmeno più i bambini che quando sentono il rumore di una palla su un campetto, si fermano a giocare, e se non ci sono più gli stadi pieni, e se non ci sono più le Domeniche in famiglia, una televisione davanti e le mogli che chiacchierano fregandosene del calcio, beh, che rimane?
Rimangono Gabrielli e le sue barriere d'un teatro senza attori, né spettatori.

Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l'unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro.

(Pasolini)