lunedì 4 gennaio 2016

EDIN DZEKO, L'UOMO SENZA GIOVENTU'


Sarajevo, 1993. E' un paese dimenticato da Dio, spoglio, rotto e senza un domani, con i figli strappati dalle mamme, i papà già non c'erano più. O sul fronte, o su un'epigrafe. Poi la guerra finisce, ma i carri armati americani ancora guardano, parcheggiati sul ciglio della strada, chi s'affaccia dalla porta e chiede un po' di pace. E' il 1996.
Vent'anni fa, ieri praticamente.
E in un paese che fatica a dimenticare il passato, le lotte armate, i tetti crollati ed il suono dei bossoli caduti a terra, migliaia di bambini della nuova generazione, che fondamentalmente non conoscono nulla della guerra civile – e che per certi versi nasconde un lato anche più evanescente della follia –, s'aggrappano a quello che loro considerano un po' il proprio eroe da disegnare su carta. Solo che in Bosnia non ci sono fumetti, racconti, fiabe, i conflitti hanno spazzato tutto, e polvere in strada. E né eroi politici, eroi militari, di Governo – insomma, propriamente i signori della guerra che escludono ogni facoltà di scelta –. Là, respiri quel profumo demodé della Storia. Guerra e Pace, perché senza una guerra una pace non può sopravvivere, è questione di necessità. Là, rimane solo un tipo di eroe, e tutti i bambini della nuova generazione indossano la sua maglietta da gioco. Lui è Edin Dzeko, e anche se raramente parla di quegli anni, inevitabilmente ne è diventato il simbolo e anche l'epitaffio.

MAHALA. Za moje mahalce, che letteralmente vuol dire questo gol è per i miei vicini. Quando segnava in Inghilterra, spesso Edin mostrava una maglietta con questa frase. E non c'è luogo che senti più tuo della propria casa, del proprio quartiere, del proprio angolo di vita, e di amici. Le panchine su cui per vent'anni ti siedi, i muri che per vent'anni vedi, il campetto su cui per vent'anni giochi. Insomma, lì ti fai ragazzino, e poi uomo. Mahala è questo, dove ci lasci un pezzo di cuore, dove non te ne vuoi andare e quando sei costretto a farlo, non capisci il perché. La Mahala di Dzeko è Otoka, un sobborgo non troppo ricco di Sarajevo. E no, la famiglia di Dzeko non se ne era andata dalla capitale, molti erano fuggiti, tanti erano morti cercando di passare un confine che la guerra impone di non essere passato. Papà combatteva sul fronte, i nonni davano da mangiare ai nipoti, ma non sempre. I tre pasti al giorno diventano due, a volte uno, e si viveva in tredici in una cantina sottoterra, con la luce che andava e veniva. E quando Dzeko, oggigiorno, non parla della guerra, è perché la ritiene qualcosa di intimo, privato. Ostile, in un certo senso. In fondo, gli è stato privato tutto ciò che un bambino di sei o sette chiede.
Visto chi è diventato, Mahala, per Dzeko, è anche un pallone da calcio, inevitabilmente. E' pomeriggio, Dzeko chiede a Mamma:
- "Posso andare a giocare al campetto con i miei amici?"
- "Oggi no, no Edin."
Quel giorno però Mamma aveva quasi un groppo allo stomaco, dovette legare il figlio in casa. Edin obbedì – non senza frigne – e qualche minuto più tardi tre granate abbatterono il campetto su cui avrebbe dovuto giocare. Quel giorno ho perso molti amici, disse Edin.
Nient'altro.

CHE COS'E' LA FORTUNA?. La storia fa l'uomo, la trama fa la personalità. Ne esce così un uomo deciso, duro, consapevole, ma timido col mondo, riservato sì. E t'aspetti che da uno che s'è fatto uomo all'età di sette anni, tu non debba scoprire realmente qualcosa, o meglio qualcosa aldilà della guerra cruda, inesorabile, vissuta. Impari i suoi racconti, sì, ma spesso non si va oltre. Che cos'è la fortuna, gli chiede una presentatrice inglese in uno studio un po' finto kitch, un po' finto raffinato. E' Vincere una partita quando fino al 92' minuti perdi 2 a 1 e vinci il campionato, e tutti i riferimenti alle granate schivate, a quel giorno con mamma in casa, alla Sarajevo dimenticata da Dio, vanno a fottersi. Va a fottersi pure la presentatrice, in fondo la risposta non poteva essere diversa da chi s'è fatto uomo all'età di sette anni. E non è più una questione di non voler parlare del passato, semplicemente di immaginare per una volta soltanto, una Bosnia scollegata dalla Guerra, dal massacro di Srebrenica, degli occhi chiusi dei gran capi e del silenzio di tutto il resto del mondo.

IL LAMPIONE, LA LOTTERIA, L'EROE. Nel '96 la Guerra Civile teoricamente finisce, Edin ha 10 anni e pensa Non c'è più niente qua. Molti giocatori bosniaci che oggi giocano in Nazionale scapparono infatti dal conflitto, chi in Lussemburgo, chi in Germania, chi anche in Austria. Insomma, altri furono i lidi di formazione calcistica, non certamente la Bosnia. Il padre, che un po' di amicizie giuste le teneva, lo iscrisse allo Zeljeznicar, la squadra dei ferrovieri di Sarajevo. E non è nemmeno uno dei più talentuosi, sì bravino, corre, si sacrifica, aiuta la squadra ma tecnicamente sta indietro. La Guerra mi ha fatto perdere almeno due anni di settore giovanile, disse Dzeko in una chiacchierata con un giornalista tedesco, ai tempi del Wolfsburg. A 17 anni esordisce tra i professionisti, ma è un mondo complicato. I tifosi lo chiamano kloc, ossia lampione, per loro era solamente un giovane alto e tecnicamente poco dotato. Segna raramente, pare una festa nazionale quando succede. Non gioca nemmeno da attaccante d'area, ma come trequartista. Poi Plisek, il suo allenatore che tanto s'è l'è coccolato, se ne va in Repubblica Ceca, al Teplice. E si porta dietro Dzeko, pagando 300mila euro per il cartellino. Abbiamo vinto alla lotteria, gridano dalle parti di Sarajevo. Abbiamo vinto alla lotteria, grida l'intera Bosnia nel 2014, quando la Nazionale si qualifica per la prima volta nella sua storia alla fase finale dei Mondiali, e questo per merito di un solo eroe, Edin Dzeko.


L'UOMO, EDIN DZEKO. La Guerra ha distrutto, ma la Pace non s'è degnata di ricostruire le macerie. Del popolo bosniaco vero, rimangono oggi poche tracce. Esistono 3 lingue ufficiali – il bosniaco, il serbo e il croato, segno che la Guerra è una radice strenua, solo i capi di Governo credono di potarla – e basta entrare in un bar di periferia per capire a quale gruppo appartieni, non senza occhiatacce. E poi c'è la dimensione fanatica della religione, che mescola l'islamismo, il cristianesimo cattolico e il cristianesimo ortodosso, tutto è un miscuglio di ammanchi e tristi verità. La Bosnia non è un paese unito, il Presidente della Repubblica cambia ogni 8 mesi per rappresentare al meglio le tre fazioni – il Distretto di Brcko, la Federazione di Bosnia ed Erzegovina e Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina –, e tutti sono capi di nessuno. Ma in ogni comunità, c'è un nome che spicca, c'è un nome che mette a tacere tutti i diverbi. Alcuni credono che lo sport sia semplicemente una corsa che inizia e finisce dopo un migliaio di metri. Io credo più che solo lo sport sia capace di riunire sotto un unico tetto famiglie come i Rostov e Bolkonskij, perché lo sport ha un potere illimitato. Edin Dzeko è follemente amato in Bosnia, e anche se è dichiaratamente musulmano, tutti se ne fregano. E' diventato anche primo ambasciatore UNICEF per il suo paese, radicandosi come il vero leader – a volte sì, silenzioso, muto, semplicemente calmo – di una Nazione estremamente spaccata e per certi versi più vera di molte altre.